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Monti: misure urgentissime e non finiremo come la Grecia

di Dino Martirano

ROMA — «L'Italia non fallirà ma dobbiamo stare molto attenti perché l'esempio della Grecia è vicino e io non intendo, ne intenderò mai, minimizzare ciò che chiediamo agli italiani. Si tratta di forti sacrifici, ma sono sicuro che saranno sacrifici temporanei». Per il professor Mario Monti, dunque, non ci sono alternative: «Lo sforzo che si chiede al Paese è urgentissimo e ciascun cittadino deve rendersene conto anche adeguando i comportamenti individuali». Per cui, visto «che i mercati ci confermano che la nostra azione è risolutiva… questo è solo l'inizio, il primo passo». Perché «questo decreto, oltre a salvare l'Italia salva anche l'Europa, e il futuro dell'euro dipende anche dalle nostre scelte».
Il doppio messaggio, alla Camera e al Senato, il presidente del Consiglio lo costruisce per spiegare ai parlamentari (pochini in realtà) i particolari della manovra. Ma il messaggio che più interessa il premier riguarda il livello di consapevolezza che si deve avere di questa crisi: «Armato di questo pacchetto, potrò meglio rappresentare l'Italia in Europa anche perché già stiamo recuperando quella credibilità che per ragioni obiettive, non dipendenti da singole personalità, il nostro Paese non ha avuto negli ultimi tempi».
Il capo del governo dice questo alla Camera rivolgendosi con sottolineato rispetto al «predecessore Silvio Berlusconi», che lo ascolta dai banchi del Pdl. E ai partiti che lo sostengono rivolge un appello alla comprensione: «Mi dicono che il governo non avrebbe agito tempestivamente, ma vorrei osservare che sono passati solo 17 giorni da quando ci avete onorato della vostra fiducia. In altre occasioni ci sono volute 5 settimane per confezionare manovre meno impegnative». Monti cita con soddisfazione lo spread ora in netto calo. Poi stupisce i senatori con una nota di autarchia: «Mirando gli acquisti in queste settimane che precedono il Natale possiamo tutti fare in modo di aiutare le aziende e di salvare tanti posti di lavoro… E ve lo dice uno che in Europa ha passato tanti tempo a combattere i dazi». In altre parole, «comprate italiano».
La risposta dei partiti è quella già vista il giorno della fiducia. Anche se ora, Berlusconi si sente di dare un consiglio a Monti: «Devono mettere la fiducia sul decreto altrimenti non credo che ci sia la possibilità di approvarlo». E Pier Ferdinando Casini si adegua: «Una volta tanto sono d'accordo con Berlusconi». Il leader dell'Udc, in Aula, è l'unico a riconoscere a Monti «di avere fatto ciò che i partiti non sono stati capaci di fare», proponendo però al professore il supporto di «un coordinamento tra i gruppi parlamentari». E anche se Pd e Pdl hanno ufficialmente detto di no è chiaro che fra i tre partiti contatti informali sugli emendamenti (eventualmente pochi) ci saranno. E si parla addirittura di un possibile maxiemendamento del governo concordato con tutta la maggioranza.
Roberto Castelli conferma che la Lega non ci sta: «Abbiamo negato la fiducia perché sapevamo che avrebbe fatto pagare sempre gli stessi. I padani». Mentre Antonio Di Pietro annuncia: «Così come è la manovra non la votiamo». Si partirà dalla Camera, ma non si sa esattamente quando perché ancora ieri a Palazzo Chigi sono stati convocati i capi degli uffici legislativi per limare dal testo incongruenze e ripetizioni.
 

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