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Monti: metto a tavola forze politiche contrapposte

AREZZO — «Torno a Roma sentendomi anche io, come voi, una piccola rondine. Spero che il suo spirito si posi sul tetto di Palazzo Chigi. Dopo avervi ascoltato mi sento più felice e incoraggiato per il ruolo che mi è toccato».
Sembra che Monti, per un attimo, si emozioni, paragonando se stesso ai giovani che gli stanno davanti, mentre ragiona sulla crisi del Paese, sui motivi di speranza e sull’esempio che gli viene da ragazzi che hanno dimenticato di essere nemici per progettare un futuro comune.
La metafora ha il volto allegro di alcune decine di ventenni che trascorrono un periodo della loro vita nel borgo di Rondine, sulle rive dell’Arno, provenienti da Paesi in cui conflitti e odio etnico li fanno nemici: qui dormono nelle stesse stanze, condividono studi ed esperienze. Il premier resta «colpito dalla sincerità e dall’intensità dei loro rapporti, a tal punto da non credere che vengano da luoghi in cui sono nemici».
La sera prima ha cenato con il commissario per i tagli alla spesa pubblica, Enrico Bondi, passato la notte nell’appartamento della prefettura. Ieri mattina la messa papale, le parole sull’Italia di Benedetto XVI, quindi il pranzo con i giovani di un luogo dove la parola «benvenuto» è scritta in tutte le lingue del mondo.
Giovani che divengono fonte di ispirazione per un discorso senza giri di parole: «Le tensioni sociali sono generate dalla mancanza di lavoro, dalla difficoltà nel fare impresa, da una crisi profonda. È inevitabile che cresca il disagio, che la precarietà porti un senso di malessere, che ci siano segni gravi di incrinatura della coesione sociale». Ma «l’Italia in alcuni casi è presa da sfiducia immotivata», il rischio è che la crisi «non affrontata con convinzione possa diventare culturale».
La via d’uscita è agli occhi del premier «uno sforzo comune, che faccia leva su un’equa ripartizione del peso che ricade su ciascuno». Diventa necessario «far scoprire alle forze politiche, fino a ieri avversarie, che al di là della legittima battaglia politica, c’è un sottofondo di impegno per il benessere collettivo».
Le storie di questi ragazzi, che vengano dall’Africa o dal Medio Oriente cambia poco, sono per Monti un esempio. In Italia «non c’è più la guerra», ma c’è da ricordare che «nel Dopoguerra nessuno si arrese di fronte alla vastità del progetto, e da questi giovani ci arriva un monito che vale per tutti, non arrendersi, reagire alle difficoltà».
Il premier appare consapevole che le parole di fiducia possono scontrarsi con la realtà. Lui la descrive così: «L’Italia è oggi segnata da forti tensioni sociali. Nessuno accetta volentieri i sacrifici e le restrizioni economiche. Si tende a diffidare degli altri, che sembrano sempre meno colpiti, o più fortunati. L’insicurezza genera ripiegamento su se stessi, frustrazione, rabbia, aggressività, al bar, per strada, a scuola, in fabbrica. Ma se continuiamo a guardarci con reciproco sospetto si alimenta la paura».
Poi arriva il passaggio più direttamente politico: sperare significa anche cambiare abitudini; «oggi penso che quasi tutto il decidere nella politica è guidato dal breve periodo, dai sondaggi, dall’elettorato». Ma se fosse per sempre così non ci sarebbe una visione, un progetto. Per esempio «non ci sarebbe mai stata la dichiarazione europea di Schuman, l’idea più importante della storia europea del XX secolo sarebbe ignominiosamente affondata». E se non ci fossero, molto più prosaicamente, i vertici con i partiti, non capiterebbe a Monti «di far stare a tavola, qualche volta in senso letterale, forze politiche che si sono aspramente combattute, ma che hanno desiderio di contribuire a un’Italia migliore, come voi fate qui, “rovesciando il tavolo dell’inimicizia in amicizia”».
Rientrato a Palazzo Chigi, nel pomeriggio, Monti ha incontrato i ministri Grilli, Passera e Moavero, assieme al sottosegretario Catricalà, per un giro d’orizzonte sull’attività di governo.

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