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Monti manda segnali ai partiti «Potremmo non restare»

di Marco Galluzzo

SEUL — Lo dice con un filo di voce, citando Andreotti, in una stanza al terzo piano del Coex center, il complesso della capitale sudcoreana che nel 2010 ospitò il G20 da cui Berlusconi letteralmente scappò via, per rientrare in Italia e fronteggiare la fronda di Fini.
Lo dice, Monti, al termine della prima sessione di uno dei più grandi vertici internazionali mai organizzati, oltre 50 fra capi di Stato e di governo, un'ora dopo aver discusso con Obama di sicurezza nucleare nei settori civile e militare, con il premier di Singapore delle enormi disponibilità del Fondo sovrano del piccolo Stato, con quello canadese delle scelte dei fondi pensione che fanno capo ad Ottawa. Argomenti utili al costo del nostro debito pubblico, all'immagine del nostro Paese all'estero.
«Potremmo non restare…», scandisce Monti. Con una punta di stanchezza, dopo un volo di quattordici ore, un fuso di sette, cinque bilaterali (anche con il turco Erdogan, con il presidente indiano Singh e con il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy). Per introdurre l'argomento non nomina Andreotti ma una sua frase celebre («diceva un illustrissimo: meglio tirare a campare, che tirare le cuoia»), frase che al Professore non piace, perché «abbiamo un obiettivo più ambizioso, che è semplicemente non durare, piuttosto fare un buon lavoro».
E nella cornice di questo «buon lavoro», il cui riferimento d'attualità è la riforma appena varata, per la quale «abbiamo scelto la qualità, facendo una scelta matura», le frasi di Bersani e di Alfano che litigano a distanza, che si intestano vittorie o sconfitte presunte, che vengono riferite dai cronisti, che a loro volta esigono risposte e commenti ulteriori, tutto questo può essere commentato dal presidente del Consiglio, a suo giudizio, solo con un'apparente minaccia: «Rifiuterei il concetto stesso di crisi», perché «se il Paese, attraverso le sue forze sociali e politiche, non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavoro, non chiederemo certo di continuare, per arrivare a una certa data».
Il tono è più quello del paradosso, della provocazione, e forse anche quello di un uomo stanco di rispondere a domande sull'Italia in un contesto internazionale («per cortesia, non scrivete solo dei fatti nostri»). Accadeva con il Cavaliere e ricomincia ad accadere ora: anche Monti è inseguito dalla politica interna, anche se con Erdogan e il premier indiano ha discusso di investimenti reciproci e di bilancia commerciale, con il canadese Harper delle riforme che Roma ha approvato in cinque mesi, con il premier di Singapore del futuro del nostro Paese, dopo la scadenza del mandato.
E purtroppo non sono solo i cronisti a chiedere di politica interna: «Alla fine tutti mi chiedono, sono curiosi, vogliono rassicurazioni sul dopo»; hanno «il palpabile desiderio di capire se, come e quanto intensificare i loro investimenti in Italia», timorosi del ritorno di «vecchi vizi, come l'invadenza della politica nell'economia».
Ma su questo specifico punto, oltre al dovere dell'ottimismo, il premier appare convinto delle risposte che ha dato a tutti, nella sua prima giornata asiatica. Ritiene che «alla fine di questo test, quando la politica tradizionale tornerà non sarà quella solita, gli italiani saranno più esigenti, non accetteranno più promesse generiche»; e se non bastasse, aggiunge, «finora il Paese si è mostrato più pronto di quello che immaginavo e se qualche segno di scarso gradimento c'è stato è andato verso protagonisti del percorso politico, non verso il governo».
Insomma, quello che non gli appartiene è partecipare al gioco dei commenti incrociati dei partiti, alla possibilità, che inizia ad essere evocata, di una crisi parlamentare. «Potremmo non restare…» è anche una risposta a tutto questo, al desiderio di sottrarsi a delle polemiche cui risponde ripercorrendo le tappe della riforma sul lavoro: «Non abbiamo avuto il tempo che ha avuto la Germania, tre anni; se l'avessimo avuto noi la riforma sarebbe stata certamente molto migliore, avrebbe fatto piacere a me e al ministro».
Ma quel tempo, prosegue Monti, in Italia non è disponibile. Una trattativa più lunga avrebbe magari consentito l'uso dello strumento del decreto legge. Ma non per raggiungere quel «punto di equilibrio» che a suo giudizio è stato comunque raggiunto; equilibrio che sarebbe certamente saltato, aggiunge, «se fossimo stati più comprensivi con la Cgil», finendo con lo scontentare gli industriali.
In sintesi: cercheremo di «avere un risultato finale, in tempi non troppo lunghi, il più vicino possibile al testo varato. Ci rendiamo conto delle difficoltà di ciascuno, e ci rendiamo conto che deve essere il Parlamento a decidere. Ed è nostra responsabilità presentargli una proposta che riteniamo equa e abbastanza incisiva». Detto questo: «Sento il peso di decisioni non facili», la situazione «dell'Italia era piuttosto grave», abbiamo solo «cercato di essere equi nel distribuire i sacrifici».
 

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