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Monti: «Lo dico a tutti i cittadini, a rischio 60 anni di sacrifici fatti»

di Lina Palmerini

Le lacrime di Elsa Fornero saranno la foto-ricordo di questa manovra. Più del titolo che Mario Monti ha voluto dare al decreto – «chiamatelo per salvare l'Italia» – la commozione del ministro del Welfare dà il senso della drammaticità non solo del momento che vive il Paese ma dei sacrifici dei singoli italiani. Il nodo alla gola arriva quando ha già illustrato la riforma delle pensioni ma resta la parte più dura: spiegare che gli assegni previdenziali non verranno legati al costo della vita. «I vincoli finanziari oggi sono severissimi: nessuna riforma nell'anno della sua introduzione produce risparmi e allora abbiamo dovuto, e ci è costato anche psicologicamente, chiedere un sacr…». Non riesce a concludere la Fornero e si inceppa, con le lacrime, sulla parola sacrifici. Al suo fianco c'è Monti, interviene, spiega, continua lui aggiungendo «commuoviti ma correggimi».
Ma di momenti così, nella conferenza stampa, ce ne sono stati diversi. Non tutti hanno avuto il timbro così forte e partecipativo che gli ha dato la Fornero ma comunque il clima, l'aria erano quelli di un momento in qualche modo di svolta. Lo dà certamente Mario Monti quando comincia a parlare in conferenza stampa e si rivolge «prima ai cittadini». Ma l'altra nota insolita è stato il "tocco" di Piero Giarda, ministro dei Rapporti con il Parlamento, con il suo puntualizzare e correggere i suoi colleghi: prima bacchetta il viceministro Vittorio Grilli sull'Iva, poi Corrado Passera sull'Irap e qualcuno assicura che prima o poi toccherà anche a Monti. Insomma, uno stile nuovo, molto improntato alle forti personalità di questo Esecutivo, certamente più mosso delle conferenze stampa rituali a cui avevano abituato i precedenti governi.
Il senso di tutto, alla fine, lo dà proprio il premier quando dice che questo è un decreto «per salvare l'Italia perché tante volte i provvedimenti sono stati chiamati "per salvare qualcosa" ma erano interventi contingenti o limitati a dei settori, ora invece c'è l'Italia in gioco». E il gioco in questione lo spiega subito: «Noi abbiamo ricevuto un mandato di corta durata e di severo impegno per aiutare l'Italia a uscire da una crisi gravissima che rischia di compromettere 60 anni di sacrifici e 4 generazioni». Questa è la posta in ballo: il futuro. Perché questo è il momento in cui l'Italia «rischia di macchiarsi della responsabilità di far andare in senso negativo l'economia europea ma ha anche il potenziale per far vedere che è un grande Paese». Il mandato sarà breve ma l'orizzonte delle misure di Monti è lungo, questo è il cambiamento: «Il vero costo della politica è stato ragionare sul breve periodo e sulle prossime elezioni».
Parla da professore severo, impone sacrifici spiegando che il debito «non è colpa degli europei ma degli italiani» e subito mette la sua quota di sacrificio. «Rinuncio al trattamento economico da presidente del consiglio e ministro dell'Economia. Ho anche pensato che fosse bello devolverlo a qualche ente meritevole, ma oggi questo ente è lo Stato e quindi è meritevole non prelevare fondi dalle sue casse. Ma non voglio che il mio sia un comportamento standard e sull'indennità da senatore confesso che non ho ancora comunicato le coordinate bancarie né so se si possa rinunciare». Non basta perché l'altro criterio è quello della trasparenza per tutti i componenti della squadra di Governo: «Dichiareranno per intero i patrimoni, non solo ciò che percepiscono da cariche pubbliche».
L'impatto però è su un effetto-sorpresa al contrario, tutti si aspettavano misure che non ci sono: l'aumento delle aliquote Irpef, per esempio. E Monti ne approfitta per dare una stoccata agli editorialisti che già avevano bocciato la sua manovra «si sono fidati più delle vostre indiscrezioni che del nostro buonsenso». Ma il tema è anche il suo futuro in politica. Come al solito la risposta è mescolata con l'ironia: «Se avrò fatto bene credo che ne avrò abbastanza». E il cambio di passo sarà pure nei riti del governare, la concertazione, per esempio, sembra accantonata: «La consultazione che mi sta più simpatica è quella erga omnes». Punto. E poi sul comportamento dei partiti ripete il solito concetto: «Faccio affidamento sul senso di responsabilità: ma noi dobbiamo avere e meritare la loro fiducia e le forze politiche sanno che devono riscuotere in misura maggiore che nel passato la fiducia dei cittadini». Nessuna previsione sul voto di fiducia al decreto – «siamo nelle mani dei presidenti delle Camere» – che oggi sarà illustrato a Montecitorio e poi al Senato.
Restano impressi dei passaggi, quello sulla lotta all'evasione fiscale (con l'esclusione esplicita di condoni), quello sui costi della politica e il taglio alle province, quello sulle tasse sui beni di lusso come barche e auto, in fondo i ringraziamenti al Colle e ad Antonio Catricalà.
Tutto guarda all'obiettivo crescita come ha spiegato Corrado Passera insistendo su un concetto: «Insieme: il progetto dello sviluppo, della creazione di posti di lavoro e il rilancio dell'Italia passerà attraverso lo spirito di collaborazione percepito con imprese, sindacati ed enti locali. Ce la dobbiamo giocare sul saper lavorare insieme e creare fiducia su progetti comuni». Alla fine è durata due ore la conferenza stampa. E ha lasciato l'impressione che alla classe politica toccherà adeguarsi.

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