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Monti: l’economia riparte nel 2013

Non bisogna farsi spaventare dalle previsioni sul Pil con il segno meno davanti, perché nel corso del 2013 la ripresa economica arriverà. Ne è convinto il presidente del Consiglio, Mario Monti: «L’anno prossimo sarà un anno in ripresa, cioè l’andamento dell’attività economica sarà crescente», precisa, durante la conferenza stampa dopo il consiglio dei ministri che ha approvato il Def. E invita a nutrire fiducia perché «la luce della ripresa si vede» . Il meno 0,2% di Pil stimato nel documento del governo per il 2013 è un dato medio, spiega Monti, e il prodotto risulta inferiore a quello del 2012 «per quello che gli economisti chiamano un effetto di trascinamento». Ciò che ha registrato un inatteso rannuvolamento, contribuendo a peggiorare il quadro previsivo italiano, è l’intero scenario economico europeo e internazionale.
Quanto all’Italia «il governo si è concentrato sull’obiettivo della sicurezza finanziaria e quindi non ha potuto dare la priorità a misure per la crescita». Si tratta di un approccio che «mira a non ripetere errori del passato», ovvero «un’alimentazione artificiosa della crescita» per via finanziaria e non attraverso «meccanismi di tipo strutturale». «Sapevamo che gli effetti non potevano esserci nel primo periodo» sottolinea «siamo in linea con quanto previsto, salvo che il quadro internazionale è stato un po’ peggiore del previsto». Resta tuttavia sostanzialmente intatto l’obiettivo del pareggio strutturale di bilancio per il 2013, perché il +0,9% di deficit pubblico equivale a un +0,2%, al netto del ciclo economico negativo. E di questa sostanziale tenuta dei conti dello Stato Monti è soddisfatto: «Il cardine della nostra politica di risanamento dei conti pubblici rimane invariato: rimane cioè l’obiettivo del pareggio strutturale nel 2013» che per noi è «l’ancora» della nostra politica di bilancio.
L’Italia, del resto, non può permettersi deroghe alla politica di risanamento, altrimenti perderebbe l’influenza e il peso guadagnati in Europa grazie agli sforzi fatti finora. Tra l’altro, Monti e il ministro dell’Economia Vittorio Grilli ricordano che per conseguire questo obiettivo del “close to balance” strutturale nel 2013 non sarà necessaria nessuna stangata: «Non stiamo lavorando per aumenti delle tasse o delle imposte, ma per ridurre la spesa pubblica attraverso la spending review e per evitare l’aumento due punti dell’Iva» e continuiamo a farlo per scongiurarlo «sine die». Ma «se l’Italia non dovesse continuare in maniera risoluta sulla strada intrapresa – aggiunge – non solo i mercati darebbero segnali negativi ma troveremmo più difficile esercitare quell’influenza che finora abbiamo esercitato sulla politica europea, che quindi si volgerebbe in una direzione non favorevole all’Italia per la crescita e la stabilizzazione». All’«incalzante contributo» fornito dall’Italia alla costruzione europea Monti fa riferimento anche qualche minuto più tardi, durante la presentazione di un libro di Federico Rampini pubblicato da Laterza. La crescita europea, spiega, è da tempo inferiore a quella degli Stati Uniti «in parte per un eccesso di peso di uno Stato sociale male organizzato», ma anche perché «le politiche dell’Europa si sono concentrate sul costruire se stessa, più che risolvere l’equazione più semplice che altre parti del mondo avevano e che è come crescere di più». Poi, Monti chiarisce che se qualcuno gli chiedesse se vorrebbe disporre in Europa della replica esatta della Federal Reserve «io risponderei: no, per favore. Quello è un sistema che forse può andare bene in un paese come gli Usa, che sono il principale paese che emette la valuta di riserva e riesce a fare un outplacing dei propri squilibri meglio di altri». Ma in Europa, dove la banca centrale ha come controparte i ministeri del Tesoro di molti stati «una banca centrale come la Bce va piuttosto bene». Infine, Monti benedice la scelta di Draghi in favore della disclosure: «Un maggior grado di trasparenza attraverso la pubblicazione dei verbali della Bce – conclude – ridurrebbe le esternazioni di quanti attualmente finiscono con l’inquinare il dibattito politico, determinando ondate di sentimenti nazionali».

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