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Monti: l’articolo 18 non è un tabù

di Marco Galluzzo

ROMA — Non sa ancora se il governo apporrà la fiducia al decreto sulle liberalizzazioni. In Parlamento sia il Pd che il Pdl annunciano emendamenti, talvolta di segno opposto, ma Mario Monti tiene le carte coperte, dice che ancora non ha deciso e trova che «le prime reazioni, dei partiti, siano state positive». Dunque, in tema di fiducia, «ne abbiamo molta sul fatto che il Parlamento saprà apprezzare questo provvedimento».
La presenza nella trasmissione di Lucia Annunziata, su Raitre, è un'intervista di un'ora in cui il presidente del Consiglio si è detto più che soddisfatto sul decreto appena varato. Ne rivendica la continuità, in alcuni punti, ad esempio sul tema delle ferrovie, con quanto già fatto da Bersani. Annuncia che la fase che si aprirà ora, sul lavoro, deve essere condotta da tutte e tre le parti, esecutivo, imprese e sindacati, «con apertura mentale e senza tabù».
Il riferimento è anche all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Sull'ipotesi di un contratto di prova di tre anni, con licenziabilità, al posto dei tanti contratti a termine, dice che «è un possibile punto di arrivo», ma nulla di più. Di certo, sull'articolo caro ai sindacati, come sul resto della riforma, il capo del governo auspica soprattutto un metodo: «Sono contrario a trattative che assumano tabù al momento di sedersi al tavolo, l'apertura mentale deve essere totale, dai tre lati: governo, sindacati, imprenditori».
Stamane il tavolo sul lavoro prenderà corpo in modo ufficiale con un incontro a Palazzo Chigi, presieduto da Monti, che all'ora di pranzo volerà a Bruxelles per partecipare all'Eurogruppo. Il capo del governo tiene a precisare almeno due concetti: che la riforma cui l'esecutivo approderà, come le altre misure prese finora, sarà anche «a favore dei giovani», e che avrà «un legame stretto con l'operazione decisa venerdì», il decreto sulle liberalizzazioni.
«L'Italia sta o non sta nel mercato internazionale per la sua capacità di collocare i suoi prodotti. Nel determinare il costo dei prodotti entrano tante cose, il lavoro in modo importante», ha aggiunto. E se «la semplificazione, con la riduzione delle segmentazioni e una attenzione al miglioramento qualitativo dell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, sono obiettivi» da raggiungere, varare venerdì prossimo il terzo provvedimento cardine di questo governo, le misure per le semplificazioni burocratiche, «vuole dire che la condizione delle imprese è destinata a migliorare: risparmieranno sui costi». E il rapporto con le banche? «Non siamo servi dei poteri forti e delle banche». Anzi, assicura il premier, «sono state molto turbate» dalle novità introdotte dal decreto di dicembre.
Nello studio televisivo si discute delle contestazioni delle varie categorie, poi delle parole grosse della Lega, proprio ieri pomeriggio, al suo indirizzo: «Ho visto che mi stanno contestando. Fa parte dell'attività che temporaneamente svolgo». Ma è sul partito di Bossi, ancora una volta — era già successo in Parlamento — che il premier si distingue, rivolgendosi indirettamente proprio all'elettorato leghista: «Ho seguito con interesse e simpatia, da cittadino lombardo e milanese, i passi iniziali della Lega e penso che molte delle cose che stiamo facendo rispondano alle loro istanze iniziali. Sono sicuro che se la Lega pensa ai suoi principi fondanti, nel suo cuore avrà un atteggiamento meno opposto».
C'è anche una risposta sulle presunte marce indietro, sui punti che il governo avrebbe affrontato con meno coraggio. Sulle farmacie: «è un settore che ha oggettive specificità, per questo siamo andati meno a fondo nell'apertura e nello scompaginare difese preesistenti». Sulle ferrovie «abbiamo applicato lo stesso metodo che Bersani applicò a proposito di energia, abbiamo resistito ad un impulso sfrenato di liberalizzazione», che magari rischiava di «favorire società straniere che chiedono licenze per operare sulle vie più ricche», perché «vogliamo una concorrenza a beneficio degli utenti nel rispetto delle norme Ue». Un servizio sul settimanale Chi, che lo ha ritratto anche da bambino, introduce un possibile paragone con i servizi che riguardavano Berlusconi. Risposta diplomatica: «Non è né un onore né un disonore».
 

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