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Monti: la minaccia della sfiducia? Bisognerebbe chiedere ai mercati

MADRID — «Lo spread è risalito per colpa delle minacce di Berlusconi? Non avevo pensato a questa ipotesi, ci rifletterò». Mario Monti è in forma. A Madrid per il vertice bilaterale italo-spagnolo, sfodera ironia e dribbla le contorsioni di politica interna e l’onda lunga della rivoluzione siciliana. Soprattutto perché «è sbagliato parlare di “minaccia”. Io e i miei ministri non possiamo sentirci minacciati perché nessuno di noi ha chiesto questo posto. Siamo stati chiamati a responsabilità di governo in un momento difficile, lavoriamo con un orizzonte che, sin dall’inizio, è quello della primavera del 2013. I risultati a mio avviso ci sono, ma se qualcuno dovesse cambiare idea e ritirarci la fiducia per noi, singolarmente, non sarebbe nulla di preoccupante». E per l’Italia? «Bisognerebbe chiederlo alle forze politiche e ai mercati».
La risposta è, nei numeri, poco rassicurante. La Borsa italiana è scesa ieri del due per cento e poi è leggermente risalita. La spread è tornato a crescere fino a quota 355 anche se i tassi dei Bot sono in calo. «Certo siamo lontani dai 575 punti di spread di un anno fa — dice Monti —, ma resto convinto che a tutt’oggi sia considerevolmente troppo alto rispetto ai fondamentali dell’economia italiana».
Accanto a lui «l’amico Mariano», il premier spagnolo Rajoy inseguito da mesi dal tormentone salvataggio sì, salvataggio no. La musica di Madrid non cambia. «Chiederò l’aiuto europeo se e quando lo riterrò conveniente» ripete lo spagnolo senza fugare le paure per la sostenibilità dei conti pubblici. Il deficit fa paura. «Spendere nel 2011 il 9% del Pil più di quanto si incassi è inconcepibile» dice Rajoy gettando la croce sul passato governo socialista. «Siamo impegnati in un difficile risanamento. Sarebbe bene che anche l’Europa procedesse spedita sui temi concordati a giugno e a ottobre come l’unione bancaria e fiscale».
Spagna e Italia sono «soci e amici», assieme hanno spinto perché lo scudo anti-spread diventasse realtà. Ora è lì, dice Monti, «a disposizione nell’arsenale dell’unione monetaria. In queste condizioni l’Italia non ne ha bisogno. Anzi ho assicurato alla signora Merkel che non l’avremmo usato come scorciatoia per ammorbidire il rigore di bilancio. Ma l’importante è che lo scudo sia pronto per chi ne ha bisogno». In piedi a fianco il premier spagnolo finge che la cosa non lo riguardi.
L’Italia è alle prese con la disgregazione dei partiti politici, la Spagna con la crescita dell’indipendentismo in Catalogna e nei Paesi Baschi. Per entrambi la soluzione è più Europa tanto che, come dice Monti, «superata la fase acuta della crisi economica ci vorrà più integrazione così come più legittimità democratica».
E il supercommissario sui bilanci di cui ha parlato il governatore della Bce Mario Draghi?
Il premier italiano la prende alla larga. «In genere sono sempre d’accordo con il professor Draghi e non so esattamente cos’abbia detto, ma la proposta di un supercommissario potrebbe far pensare ai mercati, che sono fatti da gente sempliciotta, che le regole attuali non bastano. A vigilare sul debito pubblico abbiamo già il Trattato di Maastricht, il patto di Stabilità, il Six pack, il Fiscal compact e il Two pack. Più che un’altra cintura di protezione sul debito, preferirei che l’Europa usasse la sua forza di persuasione per migliorare l’unione economica, promuovendo riforme strutturali su lavoro, energia, prodotti. Le nostre economie raggiungerebbero un equilibrio di produttività e competitività che alla lunga eliminerebbe anche le difficoltà nei bilanci».

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