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Monti, inizia il dopo-manovra

di Lina Palmerini

Ciò che resterà uguale anche nella seconda fase – espressione odiata da Mario Monti – sarà l'attitudine della "politica" verso il Governo. Ossia quella tattica double-face dei partiti svelata dallo stesso premier in Senato. In sostanza, il presidente del Consiglio, nel giorno del varo della manovra, ha fatto sapere a senatori e cittadini che in privato i leader lo sostengono mentre in pubblico lo attaccano per ragioni evidenti – e comprensibili – di propaganda. E ha pure messo in conto che continuerà così. Insomma, se sulla manovra continuano a piovere critiche dagli stessi «big» che l'hanno votata – come, per esempio, ha fatto ieri Silvio Berlusconi – Mario Monti (che oggi torna a Roma) si aspetta che sui prossimi provvedimenti le facce dei leader saranno ancora due. O di più. È proprio questo il rischio su cui si muoverà il Governo nelle prossime settimane: riuscire a mantenere un equilibrio (e anche una fermezza), mentre i partiti spareranno a zero su alcune riforme.
Si comincia già domani quando il Consiglio dei ministri comincerà a mettere in agenda i prossimi passi che il premeir Mario Monti potrebbe iniziare a illustrare alla conferenza stampa di fine anno prevista per dopodomani a Palazzo Chigi. Non ci saranno decisioni – se non alcune di tipo amministrativo – ma il premier comincerà a raccogliere le misure da mettere nel menù su cui poi verranno allestiti i tavoli di trattativa con partiti e sindacati. I grandi filoni saranno la riforma del mercato del lavoro e le liberalizzazioni e, nonostante sia stato accantonato l'articolo 18, i due dossier restano ad alta tensione sia per il Pd che per il Pdl che dovranno fare i conti con le loro disomogenità interne e con i loro elettorati di riferimento. Non è detto, infatti, che il tema del lavoro – sia pure depurato dal tabù-licenziamenti – non abbia dei capitoli potenzialmente esplosivi. Può esserlo il tema delle flessibilità – che non si esaurisce nell'articolo 18 – o gli arbitrati o la nuova architettura del welfare legata al lavoratore e non più al posto di lavoro.
Filoni su cui si sono esercitati, solo dialetticamente, all'interno del Pd già mostrando più di una divisione interna. E pure sulle liberalizzazioni – capitolo che si ritiene anche a ragione più divisivo e spinoso per il centro-destra – qualche frizione nel partito di Bersani ci sarà. Perché sui servizi pubblici locali, per esempio, non tutti la pensano allo stesso modo come si è visto nel referendum sull'acqua che – non a caso – non ha trovato il Pd tra i promotori del quesito. Tra l'altro l'ossatura del partito è fatta di amministratori locali che si faranno sentire con i vertici dei Democratici.
Ma le liberalizzazioni sono per eccellenza la spina nel fianco del centro-destra. Lo sono soprattutto dalla sponda delle categorie più che dei servizi pubblici: avvocati, notai, farmacisti e tutto il mondo degli ordini professionali sono il punto di riferimento elettorale del Pdl. Con molta onestà e schiettezza è stato proprio Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, a raccontare che in tutti gli incontri con Monti quello delle liberalizzazioni – e della gradualità con cui affrontarle – era stato il primo tema di confronto e discussione. Insomma, già la manovra – sul versante tasse – ha messo in imbarazzo il partito di Berlusconi con il suo elettorato e ora l'affondo sulle liberalizzazioni potrebbe sancirne uno strappo ulteriore a tutto vantaggio – al Nord – della Lega.
Questa è la prospettiva da cui si muovono i partiti ed è agli antipodi con quella del Governo Monti che – come diceva Giorgio Tonini, senatore liberal del Pd – «se sta fermo cade». L'interrogativo è se ai partiti basterà la tattica double-face anche con le riforme come è stato con la manovra. La risposta la daranno i sondaggi che saranno cruciali con l'avvicinarsi delle amministrative di primavera.

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