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Monti: il taglio Irpef mostra che il rigore di bilancio paga

«Oggi possiamo vedere e toccare con mano che la disciplina di bilancio paga perché ci ha consentito di non rincorrere di continuo la congiuntura e che ci si può permettere qualche moderato sollievo». Così, l’altra notte, al termine del Consiglio dei ministri che ha varato la legge di stabilità, Mario Monti ha commentato il ritocco delle aliquote Irpef per i primi due scaglioni di reddito. Vero è che poco prima, Palazzo Chigi aveva seccamente smentito Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia, che aveva annunciato il taglio nel corso della trasmissione televisiva Ballarò. Si è poi giustificato ieri lo stesso Polillo che i «tempi della trasmissione non hanno coinciso con quelli del Consiglio dei ministri: speravo di dare la notizia nei tempi giusti». Del resto, è sempre Polillo che svela la realtà, rivelando altri particolari: «C’erano due tesi che si sono confrontate con grande serietà: nel consiglio si è discusso della totale abolizione dell’aumento dell’Iva oppure quella di lasciar crescere l’Iva per abbassare l’Irpef. Alla fine si è scelto per un 50-50». È stata una lunga e a tratti accesa discussione quella che ha portato al compromesso tra Monti e i ministri che volevano dare un segnale sul fronte del “dividendo del rigore”, da un lato, e dall’altro il ministro dell’Economia Grilli preoccupato per i conti e determinato a fare un’operazione “a saldo zero”. La soluzione individuata, ha chiosato alla fine Grilli, «migliora le condizioni delle famiglie e consente una ripresa della domanda interna».
Il governo – si osserva a Palazzo Chigi – ha puntato per quanto possibile sull’effetto anticiclico dello scambio Iva-Irpef e ha dato al tempo stesso un segnale concreto a beneficio dei redditi medio-bassi, mantenendo inalterato l’equilibrio dei conti pubblici. Da un lato la riduzione di un punto delle aliquote Irpef del 23 e 27%, applicate sugli scaglioni di reddito da zero a 15mila euro, e da 15mila a 28mila euro, a partire da gennaio 2013. Dall’altro, l’aumento non più di 2 punti ma di un solo punto delle aliquote Iva del 10 e 21%, che scatterà il successivo 1° luglio.
L’esercizio è complesso, è affidato a una pluralità di misure, e non si configura in ogni caso come una manovra di riduzione delle tasse tout court, quanto piuttosto come un passo in direzione della redistribuzione del carico fiscale, spostando parte del prelievo dell’imposizione diretta a quella indiretta. Nessuna motivazione politica o preelettorale, ma un ragionamento «prettamente economico molto complesso», assicurano a Palazzo Chigi. Si è cercato in sostanza di individuare la combinazione più opportuna tra l’intervento congiunto Iva-Irpef, tra la manovra fiscale nel suo complesso e il resto dell’impianto della legge di stabilità.
L’effetto regressivo – si ragiona in ambienti di governo – dovrebbe essere evitato per effetto della decisione di non toccare l’aliquota ridotta dell’Iva al 4%, applicata sui beni di largo consumo come pane e pasta. Al tempo stesso, la decisione maturata dopo la lunga discussione tra i ministri è stata quella di concentrare lo sgravio di imposta sui redditi medio-bassi, e dunque fino a 28mila euro annui.
Per effetto della progressività del prelievo, il beneficio dovrebbe al tempo stesso spalmarsi secondo la logica degli scaglioni anche sui redditi medi e medio-alti, ma qui entrano in gioco – si sottolinea in ambienti di governo – le altre misure che introducono una franchigia di 250 euro per alcune deduzioni e detrazioni Irpef. Per le sole detrazioni, si fissa il tetto massimo di detraibilità a 3mila euro e viene prevista l’assoggettabilità ai fini Irpef delle pensioni di guerra e di invalidità. L’effetto che si ipotizza fin d’ora è che alla fine il conto per i redditi alti sia nel senso di un incremento, se pur contenuto, della tassazione.
Lo spostamento del prelievo dall’imposizione diretta a quella indiretta viene letta come un’operazione in sintonia con le linee guida fornite da gran parte delle istituzioni internazionali. E poi si pone l’accento sull’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, che vale 1 miliardo, sulla proroga della detassazione dei salari di produttività (in alternativa all’eventuale intervento sul cuneo fiscale), nonché sull’attuazione della direttiva europea sui ritardati pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti del sistema delle imprese. Infine il fondo per gli esodati.
L’invito, ora che il provvedimento affronta un esame parlamentare che non sarà certo una passeggiata, è a leggere la legge di stabilità nel suo insieme, dunque nella combinazione dei vari interventi che vi sono contenuti.

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