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Monti e il sì alla mozione Ue: ora più forti

di Marco Galluzzo

ROMA — Lo definisce «uno sforzo congiunto, brillante ed esplicito», un «passo avanti» in grado di dare «grande forza» al Paese. Con questi concetti il presidente del Consiglio ringrazia il Parlamento, i partiti che sostengono il suo esecutivo: con la mozione unitaria sull'Europa riflettono all'estero una coesione alla quale l'Italia non era abituata da alcuni anni.
Monti esprime la sua soddisfazione alle Camere, di mattina al Senato, nel pomeriggio a Montecitorio, illustra l'azione diplomatica che sta portando avanti, descrive gli effetti della mozione dei partiti, che obbligheranno il suo governo ad avere «meno margini di negoziati, ma anche più forza nell'invocare sopra di sé un'azione del Parlamento».
D'ora in poi il premier e i suoi ministri, in altri termini, avranno a Bruxelles un peso specifico maggiore, un Parlamento alle spalle schierato in modo unitario con una certa linea diplomatica: non è poco e vale la pena anche di considerare una certa continuità, in primo luogo con le scelte del governo Berlusconi, «che la Merkel ha apprezzato».
Sia al Senato che alla Camera Monti parla della fase che ora si apre: a Bruxelles lunedì prossimo si dovrebbero chiudere i lavori sul patto di bilancio, quindi il tema della crescita sarà anch'esso «al centro del Consiglio», con l'auspicio che i leader europei «ci mettano la faccia». Del resto «se un Paese si spreme ma non cresce, l'andamento dell'economia reale renderebbe insostenibile il risanamento».
Per questo motivo Monti sottolinea che si sta spendendo per includere nei lavori dei summit anche i Paesi non aderenti all'euro, «perché hanno più voglia di crescita economica» e di conseguenza «pensiamo che una maggiore contaminazione con questi Paesi periferici giovi a noi oltre che a loro e al progetto complessivo dell'Unione». E sul Regno Unito aggiunge: «Il governo italiano lavora per il riavvicinamento con loro all'Unione Europea, anche perché li troviamo un po' privi di orientamento in questo momento».
C'è anche da chiarire che non stiamo chiedendo nulla a Berlino: se invochiamo un «riconoscimento» sollecitiamo solo una «ragionevole diminuzione dei tassi di interesse. Non stiamo chiedendo denaro alla Germania o ad altri, ma che la governance evolva in modo che i Paesi che fanno progressi sul risanamento possano vedere riflessa una ragionevole diminuzione dei tassi di interesse».
Allude, Monti, ai cosiddetti firewalls, ovvero gli strumenti per uscire dalla crisi, la dotazione del fondo permanente salva Stati, che potrebbe salire, così come il suo funzionamento, che deve essere permeato da un «meccanismo umano e non sovraumano, ovvero pieno di cavilli». Che siano dunque meccanismi efficaci e con risorse che «siano adeguate», auspicabilmente più di 500 miliardi di euro.
Sullo spread con i titoli tedeschi c'è da registrare, nonostante il calo, «un quadro di persistente turbolenza», ma la soddisfazione maggiore, da girare al Parlamento, è quella sul ruolo dell'Italia: «Non è più vista come una mina», mentre la Germania e altri Paesi si stanno avviando verso posizioni «meno inflessibili» e «i contorni di una via d'uscita da questa grave crisi cominciano a prendere forma, i tasselli del mosaico ad andare a posto». Oggi, aggiunge con orgoglio, «l'Italia è esempio in Europa, con la dignità che le spetta», finalmente «siamo visti come coloro che possono favorire una soluzione della crisi».
E a sorpresa, sul riconoscimento delle radici giudaico-cristiane nella costruzione europea: non va «strumentalizzato», né tradotto in una «polemica spicciola»; «ci sia o non ci sia e ciascuno di noi, me compreso, può avere una preferenza affinché vi sia, è importante vedere che la Ue incarna valori etici che molto più spesso sono stati assenti nelle politiche degli Stati, anche nel nostro Paese, come giustizia distributiva ed equità intergenerazionale».
 

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