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Monti: conti ok, ora la crescita. Nel Def il debito sale al 130,4%

Il governo Monti consegna al Parlamento e soprattutto al nuovo governo una sorta di «work in progress», come lo definisce lo stesso presidente del Consiglio: documenti, il nuovo Def e il Programma nazionale di riforma, richiesti dal cosidetto «semestre europeo» e che tuttavia ora restano inevitabilmente “sospesi”. Il nuovo governo, appena riuscirà a formarsi e a insediarsi, dovrà decidere se farli propri oppure integrarli con apposite note integrative. E dovrà essere proprio il nuovo governo a presentare nel dettaglio un’agenda di riforme da realizzare nel medio periodo, in direzione degli obiettivi programmatici dell’agenda «Lisbona 2020», quindi in particolare sul fronte della crescita e dell’occupazione. «Non abbiamo ritenuto istituzionalmente corretta la presentazione di un programma politico di ampio respiro», spiega Monti al termine del Consiglio dei ministri che ha appena approvato i due documenti, con annesso l’aggiornamento del programma di stabilità.
Scelta contestata dal Pdl, che con Renato Brunetta critica il mancato coinvolgimento preventivo del Parlamento da parte del governo «dimissionario dall’8 dicembre 2012, in carica per gli affari correnti». E il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina osserva come il Def 2013 contenga «un’amarissima sorpresa: Monti lascia al prossimo governo manovre per 1,4 punti percentuali di Pil all’anno a partire dal 2015. Alle manovre previste nel Def, si aggiunge l’assenza di risorse per gli interventi urgenti e necessari per i prossimi mesi, lasciati scoperti dalla legge di Bilancio approvata a Dicembre scorso».
Il «work in progress» ripropone gli aggregati di finanza pubblica esposti nella Relazione già approvata dal Parlamento, con la quale si sono individuati gli spazi finanziari per lo sblocco di 40 miliardi nel 2013-2014 di crediti commerciali della Pa. L’effetto sul debito pubblico è incorporato nella nuova stima: per la prima volta da diversi decenni, a fine 2013 si toccherà la cifra record del 130,4%, mentre la discesa dovrebbe iniziare il prossimo anno (129%) e proseguire in modo costante per arrivare al 117,3% nel 2017. Di conseguenza, la spesa per interessi quest’anno al 5,3% del Pil, salirà al 5,6% nel 2014, al 5,8% nel 2015 per toccare quota 6% nel 2016.
La linea di Monti e del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli non muta: occorre «tenere alta la guardia sulla disciplina delle finanze pubbliche anche nei prossimi anni. Solo se l’Italia uscirà dalla procedura per disavanzo eccessivo e ridurrà il debito, avrà più spazi dall’Europa come sui debiti scaduti della Pa». Il problema nascerebbe, se mai, aggiunge Monti, se si ritornasse al passato «e alla negazione dei problemi». Nuovo deficit per gli investimenti? «Si darebbe ossigeno all’economia per un breve tempo e ci sarebbe una nuova crisi».
Nell’anno in corso il Pil subirà una contrazione dell’1,3%: stando alle stime del governo, sarebbe andata peggio (-1,5%) se non si fosse avviata la restituzione dei crediti commerciali della Pa, e nel 2014 si punta a un +1,3 per cento (grazie a un effetto aggiuntivo dello 0,7%). Quanto all’indebitamento netto, si sconta il peggioramento dello 0,5% indicato nel decreto sui crediti Pa, e dunque si salirà quest’anno al 2,9%, all’1,8% nel 2014 e al 2,5% nel 2015. Questi i valori nominali, fermo restando che in termini di indebitamento netto strutturale (al netto delle variazioni del ciclo economico e delle una tantum) si dovrebbe raggiungere quest’anno il pareggio, un leggero avanzo (0,4%) nel 2014 e poi di nuovo il pareggio negli anni a venire. Risultato che andrà garantito attraverso consistenti avanzi primari: 2,4% nel 2013, 3,8% nel 2014, 4,3% nel 2015, 5,1% nel 2016, 5,7% nel 2017.
Se poi si calcola il debito pubblico al netto dei prestiti Efsf diretti alla Grecia e del programma Esm), quest’anno ci si attesterà al 126,9 per cento, e al 125,2% nel 2014.
Margini ristretti, dunque, e dalla crisi – avverte Monti – non si esce «con tatticismi e populismi. Il Def conferma che il risanamento è avvenuto e che le finanze pubbliche sono avviate su un sentiero sostenibile». Le stime sul Pil «sono prudenziali», e si potrà far anche meglio «grazie all’impatto delle riforme strutturali già varate, valutate in 1,6 punti al 2015, 3,9 al 2020 e 6,9 punti «nel lungo periodo». Senza queste riforme, «l’Italia sarebbe rimasta nelle secche di crescita zero». La ripresa – osserva Grilli – è possibile nella seconda metà dell’anno, e buone notizie vengono dal superindice Ocse di febbraio».
Sull’equilibrio futuro dei conti pubblici pesa però l’incognita Imu. Grilli consegna al suo successore questo questo quadro: se l’imposta, introdotta per ora in via sperimentale, verrà modificata, «servirà una compensazione futura per gli anni futuri, altrimenti il bilancio non sarà più in pareggio». In sostanza, come del resto era ampiamente evidente poichè l’Imu ha garantito nel 2012 ben 23,7 miliardi (4 miliardi dalla prima casa), qualora il prossimo governo decidesse di rendere meno oneroso il prelievo, occorrerà trovare altrove le risorse (anche per il 2014 e oltre) per non minacciare il conseguimento dell’obiettivo pattuito in sede europea. Quanti ai debiti fuori bilancio, Grilli spiega che non vi sono stime sulla loro consistenza, «ma sappiamo che ci sono spese per alloggi e caserme delle Forze dell’ordine in giro per l’Italia che non sempre hanno una rendicontazione».

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