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Monti: con lo Statuto meno lavoro

Mario Monti torna sul luogo di un precedente conflitto: quello sull’articolo 18 con i sindacati. La prima miccia la innescò la scorsa primavera presentando insieme al ministro Fornero una prima bozza della riforma del lavoro che includeva anche una modifica della norma sui licenziamenti. Quella bozza, come sappiamo, venne riscritta in versione edulcorata dopo un faccia a faccia tra il premier e Pierluigi Bersani e – da allora – il tema fu archiviato. Archiviate anche le sue battute sull’argomento come la celebre «che noia il posto fisso» che scatenò un putiferio. Ieri, i toni sono stati accademici, le cose non sono state chiamate con il loro nome, ma il concetto è stato lo stesso. «Certe norme dello Statuto dei lavoratori, ispirate al nobile obiettivo di tutelare le fasce più deboli, hanno contribuito a determinare insufficiente creazione di posti di lavoro». Un’analisi molto netta, senza sfumature che fa subito infuriare la Cgil ma che si porta dietro una scia di botta e risposta fino a sera.
Fino a quando Monti, scorrendo decine di dichiarazioni irritate del Pd – mentre il Pdl lo appoggia interamente da Alfano alla Gelmini – decide di raffreddare il clima. «Non c’era nessun intento polemico legato all’attualità politica». Sia detto che l’attualità è anche quella di un referendum proprio sull’articolo 18 della riforma Fornero che divide due alleati della sinistra: Pierluigi Bersani (che quella riforma ha votato) e Nichi Vendola, tra i firmatari per l’abrogazione. Ma al di là di questo, è proprio il tema-licenziamenti che “brucia” al Pd, soprattutto quello più vicino alla Cgil. E così a rappresentare l’irritazione dei vertici (si veda altro articolo a pagina 8) è Cesare Damiano: «Non pensiamo che lo Statuto sia stato di ostacolo all’occupazione, inoltre non è dell’articolo 18 che si preoccupano gli imprenditori». Di quello che interessa le imprese parla anche il ministro Fornero interpellata sulle parole di Monti. Dopo qualche secondo di riflessione, risponde che «non sono previste altre modifiche all’articolo 18 e quelle già fatte aiuteranno a creare nuovi posti».
Insomma, il titolo della giornata è diventata quella battuta di Monti pronunciata in videoconferenza da Palazzo Chigi in collegamento con il convegno della società italiana di scienza politica. Ma in realtà in quel colloquio si è parlato anche d’altro: del rischio «tracollo» dell’Italia che era vicina dal finire «commissariata» e passare dalla «democrazia alla creditocrazia». E, a proposito di poteri forti, Monti parla di «una caccia alla streghe coltivata da chi parla di governo dei banchieri».
Chissà se è un caso ma è stato proprio Bersani, a conclusione della Festa dell’Unità di domenica, a invocare un Governo «scelto dai cittadini e non dalle banche». E tanto per restare sul terreno della politica, l’altra frase fulminante del premier è quella presa di distanza da Casini o da presunte liste pro Monti: «Non ho mai aspirato al ruolo di tecnico d’area». Insomma, lui non vuole farsi strumentalizzare. «Sono sereno e spero che l’agenda Monti si trasformi entro la fine del governo in “acta Monti”: se poi avranno sviluppo, con le correzioni dovute, sarò lieto».
Da un’altra parte il ministro Vittorio Grilli ne prevede poche perché «tutti i Governi europei agiranno sotto vincoli Ue, non è che chi non chiede aiuto può fare qualsiasi pazzia». Lo ripete ancora che «al momento non abbiamo intenzione di chiedere aiuto al fondo anti-spread» ma annuncia anche una revisione delle stime sul Pil che «presenteremo il 20 settembre, stime coscienti che le condizioni macroeconomiche sono cambiate».

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