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Monti chiede un summit «Al lavoro sulla crescita per anticipare i populisti»

Se Mario Monti sta chiedendo al più presto un vertice dei Ventisette sulla crescita, un motivo c’è.
Dopo anni passati a preoccuparsi della disintegrazione europea sotto il peso dei debiti, gli elettori si sono svegliati ieri mattina di fronte a un paesaggio diverso. Il Super-Sunday elettorale in Francia, Italia, Germania e Grecia, ha mostrato che l’Europa è sempre più integrata ma non come gli europeisti speravano. Qui non ci sono né eurobond, né autorità bancarie uniche, né milioni di persone che passano facilmente dalla Grecia alla Germania o dal Portogallo alla Finlandia a bilanciare domanda e offerta di lavoro.
Ci sono però centinaia di milioni di elettori che votano sugli stessi temi, trascinati dalle stesse ondate di opinione. Lo fanno in buona parte persino quando sono chiamati a esprimersi in elezioni regionali, come domenica in Germania o in Italia. Tutti vanno alle urne pensando agli stessi problemi: l’euro, la gestione di questo terremoto finanziario e sociale, l’erosione del welfare e del modo di stare al lavoro o di cercarlo, il rapporto di tutti con la Germania e della Germania con ciascuno. E visto che i temi sono gli stessi, non è strano che in Europa inizino a emergere cicli elettorali con tratti e contrapposizioni comuni.
Ma non è la vecchia competizione fra centro-destra e centro-sinistra, i Sarkozy contro gli Hollande del continente. È la contrapposizione tra sistema e anti-sistema: fra forze costituzionali di centrodestra e centrosinistra che si riconoscono in vari modi nell’euro e vogliono che prosperi, e le forze anticostituzionali europee. Queste ultime sono in crescita ovunque. Il primo turno in Francia ha mostrato che l’ascesa dei populisti investe tutti, Paesi in «tripla A» (massimo del rating) così come Paesi in «tripla D» (default). Se si sommano destra e sinistra estreme, un elettore transalpino su tre ha scelto gli anticostituzionali europei. In Grecia ad avere non più di un terzo del voto sono invece i partiti «costituzionali» europei sommati insieme, quelli disposti a fare il massimo per evitare un default caotico e l’uscita del Paese dall’euro. Il resto compone un mosaico che va dai neonazi ai comunisti rivoluzionari, con tante forze molto più rispettabili in mezzo ma quasi tutte ormai anti-sistema.
Il problema è che dopo il contagio finanziario, da Atene sembra partito anche un contagio politico verso l’Europa. L’Olanda che vota in settembre è soggetta a tensioni simili, con i Socialisti (sinistra estrema) e il partito della Libertà (destra xenofoba) a contendersi un 35-40% di voti anti-euro. Anche in Germania, malgrado la disoccupazione ai minimi, un anno fa è nato dal nulla sul web il partito (qualunquista) dei Pirati e domenica in Schleswig-Holstein ha incassato l’8,5% voto: tanto quanto i liberali della Fdp oggi al governo.
Queste sono forze capaci di cavalcare la disperazione o l’esasperazione, non di risolverle. Ma molti elettori non hanno più pazienza di seguire lezioncine su ciò che è giusto e sbagliato. In Spagna le farmacie sono vuote, ordinano le medicine solo quando qualcuno le chiede e le consegnano ai malati a giorni di distanza. Dal Portogallo, in migliaia sono tornati nelle antiche colonie dell’Angola o del Mozambico per cercare lavoro, o almeno sopravvivere spendendo meno. In Grecia si riscopre la fame e anche a Catanzaro, dove ieri si è votato, nel 2011 una persona su cinque almeno una volta si è nutrita al banco alimentare. In molte provincie del Mezzogiorno si trovano ragazzi disposti a lavorare nei call-center o da commessi di negozio per due euro l’ora.
L’Europa della moneta non può continuare così. Deve drenare questa palude dove fermenta il populismo o rischia di esserne invasa. Deve fare in modo che la lezione degli anni 30 non sia stata subita invano. E per farlo deve riconoscere al più alto livello politico, quello dei capi di Stato e di governo, che il populismo è un problema europeo, di tutti, non di ogni Paese ciascun per sé. Per questo la rete della diplomazia italiana si è messa in moto e, nella sostanza, sta cercando di convincere Angela Merkel che è tempo che l’Europa si muova per migliorare le condizioni sociali nelle quali proliferano i batteri anti-sistema. La lista dei possibili anticorpi è nota, anche se la loro efficacia è tutta da sperimentare: «project bond» europei per raccogliere il risparmio privato e il capitale di rischio in investimenti nelle reti di energia o nell’economia digitale; investimenti pubblici che restino fuori dal computo del deficit; l’emersione del debito commerciale senza che entri nel debito pubblico, in modo che lo Stato possa saldarlo alle imprese con vari strumenti senza intaccare i conti pubblici. Più nel lungo periodo, una nuova apertura del mercato unico europeo nei servizi che crei opportunità e occupazione.
Intanto però serve ossigeno subito all’economia e all’occupazione. Su quest’agenda il negoziato si è appena aperto. Monti e il suo ministro per l’Europa Enzo Moavero, in questi giorni a Bruxelles, chiedono un vertice anticipato dell’Unione e ne stanno già parlando con la nuova leadership francese. L’esito di questo processo si avrà a fine giugno. Nel frattempo ieri i mercati sono crollati solo per due ore, poi si sono ripresi: hanno deciso di concedere ai leader europei il beneficio del dubbio. Hanno più pazienza degli elettori, per ora.

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