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Monti «chiama» i partiti: situazione seria

ROMA — Pier Luigi Bersani, segretario pd, ha parlato con una certa durezza di spending review: «Presidente Monti, su enti locali e sanità si devono fare correzioni. Bisogna mettere attorno a un tavolo sindaci e presidenti di Regione. Non si può pensare che sentire le parti interessate sia sempre una perdita di tempo…». Monti ha risposto: «Si può cambiare… Basta che il saldo finale resti invariato».
Angelino Alfano, segretario pdl, ha detto con chiarezza: «Nuove manovre con sacrifici per gli italiani per noi non esistono. Neanche se le chiede l’Europa: dobbiamo fare gli interessi degli italiani, non di tedeschi o francesi». «Non faremo nuove manovre», ha ribadito Monti. Mai parlato di tagli alle tredicesime, preciserà Palazzo Chigi più tardi. Non ci sono più i «vertici ABC», Monti con Alfano-Bersani-Casini. Adesso il presidente del Consiglio riceve i tre leader della maggioranza uno per volta. Il messaggio è: sono io che tengo le fila. Ieri, inviti a Palazzo Chigi: Bersani al mattino, Alfano nel pomeriggio. Un’ora circa a testa. Oggi sarà la volta di Casini: tra leader Udc e Palazzo Chigi la sintonia è quasi totale.
Con i capi dei due partiti più grandi, Monti ha voluto testare la solidità del sostegno. Ha spiegato a entrambi che l’approvazione, almeno, di una nuova legge elettorale invierebbe all’esterno un segnale positivo: «Fate anche voi il vostro dovere, così come il governo compie la sua parte». Bersani si è detto d’accordo, anzi molto d’accordo. Poi ha spiegato: «Nel momento in cui si fa la legge elettorale, la data del voto può essere decisa con una certa facilità». Per lui, dopo Monti si conclude la fase attuale della «strana maggioranza» e deve tornare «una maggioranza politica univoca».
Alfano doveva spiegare perché il Pdl abbia votato al Senato assieme alla Lega sul semipresidenzialismo. «Presidente — ha detto Alfano — abbiamo approvato il decreto sviluppo, stiamo lavorando al Senato sulla spending review. Noi confermiamo il sostegno al governo fino alla scadenza naturale, primavera 2013».
Tutte queste sembrano schermaglie di fronte alle incognite della crisi dell’euro. «La situazione resta molto instabile» — ha detto Monti a Bersani — Ma non siamo noi all’origine della crescita dello spread. Il governo ha fatto ciò che era possibile». «Situazione grave — ha sintetizzato Bersani — Bisogna dare seguito alle decisioni prese dal vertice europeo di fine giugno. Tutte le istituzioni debbono andare in stato di allerta. A cominciare dalla Bce». Su questo l’identità di vedute con Alfano appare visibile: «Il punto centrale per noi consiste nel dare poteri alla Bce, per superare le speculazioni», ha detto il segretario Pdl. Qui Monti ha assentito in silenzio. Il tema Bce è decisivo, in questa fase di stallo. Ma ufficialmente non può essere un governo — tanto meno quello italiano (metterebbe in imbarazzo il governatore Draghi) — a fare pressioni. I contatti ci sono, ma del tutto off the record. «Andrò il 1° agosto a Helsinki a fare opera di diplomazia con il governo finlandese, stretto alleato della Germania. Spiegherò le nostre ragioni ai loro industriali», ha detto Monti. C’è soddisfazione per le parole di ieri del presidente Hollande sull’urgenza di avviare ciò che ha deciso il vertice europeo, così come hanno fatto anche i ministri dell’economia francese e spagnolo. Posizioni che l’Italia sposa.
Nel vertice economico della sera, con il ministro Grilli, è stato anche affrontato il tema delle modifiche alla spending review, su sanità ed enti locali, come aveva chiesto al mattino Bersani.

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