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Monti: “Cederemo parte del patrimonio ora operazione crescita, niente manovra”

ROMA — Sui conti pubblici «abbiamo già fatto un pesantissimo intervento, non occorrerà una seconda manovra, ma l’azione di disciplina sui conti pubblici dovrà procedere». Dopo averlo assicurato al vertice con i tre “azionisti” della maggioranza, Monti lo ripete anche a Berlino: nessuna manovra aggiuntiva. Ma è un’altra la novità che il premier preannuncia dopo aver ricevuto il “Responsible Leadership Award”: un grande piano di dismissioni del patrimonio pubblico. Immobili e partecipazioni. «Stiamo preparando una cessione di quote del settore pubblico e presto seguiranno degli atti concreti: abbiamo predisposto dei veicoli, fondi immobiliari e mobiliari attraverso i quali convogliare, in vista di cessioni, attività mobiliari e immobiliari del settore pubblico, prevalentemente a livello regionale e comunale».
In una fase «particolarmente intensa e cruciale» – oggi vedrà a Roma Hollande, lunedì parteciperà al G20 – Monti prova in mattinata a stringere i bulloni della sua maggioranza, che in Parlamento risulta sempre più sfilacciata. Parla alla Camera, illustrando la strategia perseguita finora in Europa. E, soprattutto, cerca di rispondere alle critiche per la crescita che sembra non arrivare mai. «Provvederemo nei prossimi giorni a un altro piccolo concentrato di misure per la crescita», annuncia pensando al decreto Passera che dovrebbe essere approvato domani dal Consiglio dei ministri. Ma è inutile farsi troppe illusioni: «Capisco l’ansia di crescita, ma ci vuole tempo perché questi provvedimenti diano i loro frutti». Da Ginevra interviene anche Giorgio Napolitano, chiedendo «per la crescita in Europa, mirata a un aumento dell’occupazione », che si attivino «nuovi strumenti come obbligazioni europee per progetti comuni».
Intanto c’è una cosa che i partiti possono fare per dare una mano: approvare di corsa tutto quello che è uscito da palazzo Chigi. «La situazione – afferma a Montecitorio – presenta tensioni nei mercati molto gravi e che “ri-toccano” l’Italia. Il suggerimento che ho dato ai capi dei partiti che sostengono il governo, è quello di un’intensificazione dell’azione in particolare per quanto riguarda i tempi». A Berlino Monti guarda in particolare alla riforma del lavoro, che considera una grande incompresa, soprattutto da chi se ne dovrebbero giovare. Una sorellastra brutta della riforma delle pensioni. E invece «le imprese vedranno quanto potente sarà l’impatto di aver ora la libertà di procedere con licenziamenti individuali».
Alla Camera si toglie invece qualche pietruzza e la scaglia contro il Pdl, che lo incalza ogni giorno su una presunta debolezza nel respingere i “diktat” della Merkel. Al consiglio europeo «si decide all’unanimità» e quindi «è molto più facile bloccare cose che introdurre cose nuove». Dunque «sarebbe stato più facile bloccare» con un veto dell’Italia «nella primavera dell’anno scorso il “six pack” che portava un profilo severo di rientro del debito, di quanto non sia facile introdurre oggi una regola che faciliti gli investimenti pubblici». Tradotto: se Berlusconi e Tremonti non si fossero fatti imporre il Fiscal Compact sarebbe stato meglio. In ogni caso, ricorda, «gli sforzi che il popolo italiano sta facendo sono duri da accettare, ma sarebbero stati ancora più duri se fossero stati dettati dalla trojka». All’inizio infatti anche il nuovo governo, dopo quello Berlusconi, fu sottoposto «a paterni e talvolta materni consigli » (un riferimento alla Merkel) che suggerivano all’Italia di fare ricorso agli aiuti Ue e sottoporsi al commissariamento di Fmi, Ue e Bce. «Ma abbiamo preferito che il paese facesse da sé». L’Italia comunque «non è fragile», rivendica con orgoglio a Berlino, anzi «non sarei sicuro fra quale dei due sistemi bancari, quello tedesco o quello italiano, sia il più solido».

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