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Montepaschi, un altro tonfo. Perdite a quota 1,69 miliardi

Quello che potrebbe essere l’ultimo bilancio del Montepaschi — se entro l’anno si arriverà alla fusione tanto cercata dall’azionista Tesoro — si chiude con una pesante perdita, -1,69 miliardi, che si aggiunge al miliardo perso nel 2019 e porta il totale del rosso degli ultimi dieci anni a quota 23,5 miliardi. Oggi la banca di Rocca Salimbeni in Borsa capitalizza appena 1,3 miliardi.

Quello del 2020 è un bilancio zavorrato in particolare dalle perdite legate alle operazioni straordinarie come la cessione degli npl ad Amco (-154 milioni), agli accantonamenti per i circa 10 miliardi di rischi legali (-231 milioni) e per i crediti che si deterioreranno a causa della crisi da Covid (-748 milioni). La banca è comunque ora con pochi npl (4,3% del totale crediti) e può vantare — ha rivendicato il ceo Guido Bastianini — una tenuta del risparmio gestito e un aumento dei conti correnti e dei depositi vincolati per 11 miliardi: un segnale che il legame con la clientela rimane. Le moratorie concesse sono pari a 12 miliardi, in calo del 23%. Anche il patrimonio della banca si assottiglia, pur restando a un livello del 12,7%.

L’effetto per l’istituto presieduto da Patrizia Grieco è di un crollo in Borsa del 5,8%, sebbene arrivi dopo una fiammata di +19% della vigilia per le indiscrezioni, smentite, di bond subordinati in via di emissione e di fondi interessati a vedere da vicino (l’unico finora è Apollo) i numeri del Monte. A fronte dei 23 miliardi persi negli ultimi anni, Mps ha varato 18,2 miliardi di aumenti di capitale dal 2011 a oggi. E altri 2,5 miliardi dovrà richiederne ai soci quest’anno se non si arriverà a quella «soluzione strutturale», ovvero l’acquisizione da parte di un altro istituto. L’aumento è necessario perché per l’anno in corso è prevista una perdita ulteriore che farà mancare 1,5 miliardi di patrimonio a fine 2021. Già 300 milioni mancheranno nel primo trimestre, anche se Bce applicherà per un certo periodo di tempo una flessibilità sulle richieste di rispetto dei livelli fissati.

Il dossier fusione, che vede Unicredit come unico soggetto finora interessato, è per il momento in stand by in attesa che a metà aprile si insedi il nuovo ceo Andrea Orcel e che si vari il nuovo governo. Tuttavia non è un dossier semplice, anche se il Tesoro lo sta agevolando con 6 miliardi di dote. Orcel potrebbe puntare su altri bersagli, compresa la fusione a tre anche con Banco Bpm magari in due fasi.

Se nel breve-medio periodo non si arriverà alla fusione (cui lavorano Mediobanca e Credit Suisse per la banca, e Merrill Lynch per il Tesoro), che per il socio pubblico è «la priorità», Mps deve avere pronto un piano B: è l’aumento da 2,5 miliardi, che avverrà «tutto con equity», ha precisato il cfo Giuseppe Sica. Il Tesoro ha già dato «pieno sostegno» mentre se non ci saranno capitali privati, la parte residua, ha aggiunto, verrà coperta dalle banche d’affari. Questo scenario tuttavia «sconta talune incertezze», specifica Mps, «in quanto necessita la conclusione del processo già avviato di valutazione e approvazione di Dg Comp e Bce». Per il via libera la Commissione Ue ha chiesto di applicare una serie di «rimedi» concordati nel 2017 quando il Tesoro salvò Mps con 5,4 miliardi e l’accordo di vendere banca entro il 2021.

«Il prossimo governo dovrà salvare un patrimonio di Siena e di tutta Italia come Mps, tutelando lavoratori e risparmiatori», ha chiesto il leader della Lega, Matteo Salvini, mentre Fratelli d’Italia chiede a Draghi di negoziare con l’Ue lo slittamento al 2022 dell’uscita da Siena.

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