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«Montepaschi, i soldi finiti a luglio 2011»

«Stanno per arrivare le sanzioni» su Mps, aveva anticipato il governatore Ignazio Visco sabato 9 a Bergamo. Con ogni probabilità saranno sanzioni molto severe: perché si fonderanno su un’ispezione durata dal 27 settembre 2011 al 9 marzo 2012, diventata un atto d’accusa impietoso su come il presidente Giuseppe Mussari e il direttore generale Antonio Vigni hanno gestito (male) la banca.
Dall’ispezione ha anche preso avvio il secondo filone d’inchiesta su Mps della procura di Siena, quello sui derivati che porterà anche alla scoperta della cosiddetta «banda del 5 per cento», cioè alle presunte tangenti private incassate dall’ex capo dell’Area Finanza, Gianluca Baldassarri, oggi in carcere.
Nell’avvio del procedimento sanzionatorio inviato a maggio 2012 a Mps e ai consiglieri, la Banca d’Italia descrive un Montepaschi in piena agonia finanziaria, con una liquidità praticamente finita da luglio 2011, che aveva perso la propria «identità» puntando tutto sulla finanza spericolata come i derivati Alexandria e Santorini, per tenere in piedi un bilancio e un patrimonio feriti dall’acquisto azzardato di Antonveneta per 9 miliardi nel novembre 2007, alla vigilia della crisi mondiale.
Liquidità negativa
Nell’estate 2011 quando scoppiò la crisi del debito sovrano il Montepaschi, nonostante i 1,9 miliardi di Tremonti bond e il fresco aumento di capitale da 2,2 miliardi, si trovò quasi senza più soldi, con una liquidità negativa «perdurante e crescente suscettibile di ostacolare il regolare assolvimento degli impegni dei pagamenti», sottolinea Bankitalia. «Solo agli inizi del 2012, dopo il ricorso a strumenti straordinari di provvista (fornita anche da Banca d’Italia, ndr), la situazione ha fatto registrate segni di miglioramento, restando comunque fragile».
Via Nazionale, allora guidata da Mario Draghi, aveva avviato con urgenza una seconda ispezione nel settembre 2011 dopo che i rilievi critici di quella del 2010 specie sul fronte della liquidità non erano stati risolti. Fu proprio durante questa seconda ispezione che, il 15 novembre 2011 — come ha ricostruito alla Camera il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli — Bankitalia convocò i vertici di Mps e della Fondazione per chiedere la sostituzione di Vigni.
Ma non c’era solo un problema di liquidità. Mps era anche un istituto praticamente fermo dal punto di vista industriale: «La redditività netta del 2011 è risultata deficitaria, la capacità competitiva in affievolimento, considerata l’ampia contrazione sia della raccolta, sia dei crediti». E con errori come i 15 miliardi di mutui «a tasso variabile con cap» (tetto massimo) «non adeguatamente remunerati», che portavano cioè alla banca nuovi clienti ma non utili.
Gli errori del board
La colpa, secondo Bankitalia, è nelle «iniziative contraddittorie» dei vertici, «non ispirate a criteri di sana e prudente gestione».
L’inizio dell’avvitamento è il periodo successivo ad Antonveneta: da quel momento, «come già evidenziato negli ultimi accertamenti ispettivi» Mps ha cercato di ottenere il massimo della redditività «di breve periodo anche in funzione compensativa dei costi di alcune scelte d’investimento e di sostegno al patrimonio con strumenti di non primaria qualità». Ma per riuscirci si è puntato tutto sulla finanza, sui derivati che spostano avanti nel tempo le perdite attuali: ovvero azioni «in larga parte estranee al profilo identitario del gruppo e, quindi, non sostenibili sulla scorta degli usuali parametri di governo e dei presidi di controllo».
A indirizzare le scelte avrebbe dovuto essere il consiglio di amministrazione che però, secondo la Banca d’Italia, aveva definito in modo «alquanto sommario le direttici di sviluppo», mentre «le strutture hanno interpretato con larga autonomia le opzioni di esecuzione, specie per quanto attiene alla finanza proprietaria». In sostanza, a Baldassarri era stata lasciata carta bianca. Il comitato direttivo non funzionava e i segnali d’allarme della vigilanza interna (audit) e del risk management sono stati «scarsamente considerati».
Le scommesse sui Btp
Nonostante i rilievi del 2010 della Banca d’Italia come «potenzialità di rischio», Mps aveva continuato a comprare Btp fino a 25 miliardi di euro per guadagnare sugli interessi puntando su titoli a sempre più lunga scadenza, e dunque più rischiosi anche se apparentemente non lo erano. Essendo presi a prestito, la banca ha dovuto fornire agli istituti creditori sempre più titoli a garanzia degli stessi finanziamenti, fino a 9 miliardi di euro, vincolando così la propria liquidità. In particolare erano ancora in piedi i due mega-contratti Alexandria e Santorini (con Nomura e Deutsche Bank) che «non venivano sottoposti a revisione critica di «costi/opportunità», nonostante fossero già state criticate nell’ispezione del 2010. Per garantire le due banche, Mps è arrivata a offrire come «collaterale» (garanzie) fino a 3,5 miliardi di euro, pari al 65% degli stessi titoli sottoscritti con i due derivati. In sostanza i contratti assorbivano gran parte della liquidità che avrebbero dovuto generare.
Ma il rischio dello spread se lo teneva (e se lo tiene ancora) nei bilanci solo Mps.

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