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Monte Paschi tanti piani (e tanti capitali) Ma lo Stato farà l’impresa?

Per la seconda volta in poco più di tre anni, a inizio marzo — quando il consiglio di amministrazione presieduto da Alessandro Falciai e guidato dall’amministratore delegato Marco Morelli si sarà riunito per approvarlo — Mps si ritroverà a discutere l’ennesimo piano di ristrutturazione davanti alla Commissione Europea. Quello approvato nel 2013, ai tempi dei Monti Bond, è ormai storia, cancellato da ben 8 miliardi di aumenti di capitale che sono serviti solo a restituire i 4 miliardi di prestito allo Stato e a pagare 1 miliardo di interessi ma non a ripulire la banca dalla montagna di crediti in sofferenza (Npl), quasi 30 miliardi di euro a valore lordo. Nel frattempo la banca è finita sotto la Vigilanza Unica della Bce, che ha imposto, fra le altre cose, una stretta ulteriore sugli npl, con le sofferenze coperte al 64,8%.

I risultati di questa stretta — oltre che negli stress test falliti a fine luglio — si sono visti nei conti preliminari del 2016 approvati giovedì 9: un maxi-rosso di 3,38 miliardi di euro dopo 4,5 miliardi totali di svalutazioni per crediti in sofferenza nell’anno, circa metà legate — ha sottolineato l’istituto — proprio all’«aggiornamento delle metodologie e dei parametri delle policy di valutazione del credito deteriorato», a cominciare dai tagli ai valori di perizia sugli immobili messi a garanzia di crediti deteriorati. Solo nel quarto trimestre la maggiore pulizia richiesta dalla policy ha pesato per 1,8 miliardi di rettifiche.

La spinta sulle svalutazioni ha fatto ridurre il patrimonio dal 12% all’8% come cet1 ratio : in termini assoluti, una perdita di 3,2 miliardi di patrimonio, ora attestato a 5,2 miliardi. Di fatto la banca ha perso tutto quello che poteva perdere utilizzando il proprio patrimonio, senza intaccare il tesoretto che lo Stato verserà. Le regole europee stabiliscono infatti che non si possano coprire con soldi pubblici le perdite pregresse ma solo un ammanco patrimoniale ipotetico determinato da uno scenario avverso di stress test. È quello che ha fatto Mps, con una pulizia di bilancio che dovrebbe agevolare la cessione dei crediti in sofferenza. Ma come?

L’interventoDopo il fallimento dell’aumento di capitale privato da 5 miliardi di dicembre, il Tesoro interverrà come azionista con un impegno fino a 6,6 miliardi di euro sugli 8,8 richiesti dalla Bce. Con la banca saldamente nelle mani dello Stato partirà il piano di ristrutturazione approvato dalla Commissione Europea e validato nei fatti dalla Bce, il cui perno sarà la cessione dei crediti non performing per far recuperare redditività all’istituto. La strada — ha confermato la banca — resta quella tracciata a ottobre. Si replicherà in sostanza l’impianto dell’operazione orchestrata da Jp Morgan e Mediobanca, cioè la cessione di tutte le sofferenze bancarie, anche se con aggiornamenti significativi come l’abbandono della strada del bridge loan qualora si procederà a una cartolarizzazione degli Npl.

Una strada alternativa — che secondo fonti addentro alle cose senesi potrebbe essere percorsa dall’istituto — è quella della cessione in blocco dei crediti in sofferenza. Ci sono già parecchi soggetti che stanno guardando il portafoglio, come Italfondiario e Credito Fondiario ma anche diversi operatori esteri (si parla di Apollo e Fortress). Mps potrebbe dunque varare un processo competitivo, in sostanza un’asta per le sofferenze, in modo da massimizzare gli introiti e velocizzare il più possibile la fine del cantiere-pulizia, anche se compatibilmente con i tempi richiesti da un’operazione tanto complessa e mai realizzata in Italia.

TimingLa velocità di esecuzione del piano sarà un altro punto cruciale delle trattative tra la banca, il Tesoro e la Commissione Europea, con la Bce sullo sfondo. Il timore a Siena è che il piano di ristrutturazione possa essere parecchio incisivo sull’operatività della banca. Ma tra Roma e Siena vogliono evitare che troppa medicina uccida il malato anziché curarlo, cioè che — fuor di metafora — vincoli troppo stretti all’aspetto commerciale della banca possano minarne la redditività impedendo l’uscita del Tesoro dall’azionariato in tempi ragionevoli (due anni è il periodo indicato come ideale da fonti senesi), visto che l’intervento dello Stato nella «ricapitalizzazione precauzionale» è per definizione una mossa temporanea. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha riconfermato la fiducia ai vertici, ma le pressioni di diverse parti politiche per una sostituzione dei manager esiste. In quel caso il rischio è di ricominciare tutto da capo.

Dopo le modifiche introdotte al Senato al decreto salva-risparmio, secondo i calcoli di Equita sim il Tesoro dovrebbe arrivare a circa il 66% nel capitale di Mps in seguito alla conversione dei bond subordinati in azioni (e alla sottoscrizione da parte dello Stato dei nuovi titoli Mps. Agli ex bondholder andrebbe il 25% del nuovo Mps, il resto dovrebbe restare agli attuali soci. Ma in base al prezzo di emissione delle nuove azioni, e di sottoscrizione a sconto (del 15% per gli obbligazionisti, del 25% per il Tesoro, per rendere più effettivo il burden sharing come richiesto dalla Ue) la fotografia finale del nuovo azionariato senese potrebbe essere molto diversa. Con il Tesoro ancora più forte.

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