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Monte Paschi chiede di più allo Stato

MILANO — Montepaschi alza la richiesta di aiuto allo Stato a 3,9 miliardi: cinquecento milioni in più rispetto ai 3,4 miliardi di nuovi Tremonti bond (o Monti bond) indicati a giugno per rientrare nei parametri dall’autorità bancaria europea (Eba).
Per l’istituto senese l’aumento della richiesta di aiuto costituisce una scelta importante per alleggerirsi di una pesante zavorra: i derivati costruiti sui circa 25 miliardi di titoli di Stato italiani. Dovevano servire a proteggere l’investimento in Btp dalle oscillazioni del prezzo ma l’impennata degli spread ha determinato l’effetto perverso di moltiplicare la perdita per la banca. Così ieri il consiglio presieduto da Alessandro Profumo ha deciso di coprire queste posizioni in derivati: «Vista la redditività negativa di tali operazioni oggi incluse nel portafoglio di attività finanziarie aventi per sottostante titoli di Stato», è scritto nel comunicato, «la banca procederà alla rinegoziazione della struttura di funding delle stesse con l’obiettivo di migliorarne la redditività». In sostanza si chiuderanno gli swap, nonostante si dovrà registrare una perdita (stimata appunto in 500 milioni), pur di far tornare alla redditività i Btp, che oggi contribuiscono al margine di interesse per 65 milioni. All’annuncio il titolo ha subìto uno scossone chiudendo a 0,197 euro, -2,18%.
Il 2012 era già destinato a chiudere in perdita dopo le maxi-svalutazioni di oltre 4 miliardi legate ad Antonveneta e alle perdite sui Btp. La conseguenza più rilevante per l’istituto guidato da Fabrizio Viola è piuttosto l’aumento della cedola che dovrà essere pagata al Tesoro. Il rendimento dovrebbe essere superiore al 9% circa sugli attuali 1,9 miliardi di Tremonti bond in pancia: le stime sono per un 10% di interesse. Ma resta il tema di come pagarlo.
Il decreto sulla spending review stabilisce che in caso di perdita o di utili insufficienti da parte della banca i Monti bond vadano rimborsati in azioni valutate al patrimonio netto (oggi circa 0,80 euro ad azione). Ma la Commissione Ue lo ha considerato «aiuto di Stato» e ha richiesto che vengano invece calcolate a valore di mercato. Ipotizzando 390 milioni di cedola annua, ai prezzi attuali (0,19 euro) il Tesoro prenderebbe circa il 16% circa di Mps diventandone secondo socio dopo la Fondazione (ora al 34,9%). Solo sul 2012 la cedola sui vecchi Tremonti bond comporterebbe l’ingresso del Tesoro all’8-9%. La decisione sarà presa entro l’anno.
Ieri il commissario Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, si è limitato a dire che «negli ultimi giorni ci sono state delle discussioni con i rappresentanti italiani», trincerandosi dietro un «no comment» sui contenuti: «La situazione è da studiare». Secondo indiscrezioni di fonte bancaria, il Tesoro avrebbe sondato una soluzione alternativa: pagare la cedola non in azioni ma con nuove emissioni di bond. In questo modo si eviterebbe l’ingresso nel capitale ma si determinerebbe una sorta di anatocismo, cioè un interesse sull’interesse. Resta sullo sfondo la via prevista dalla legge ma finora mai presa in considerazione: la conversione dei bond in capitale. Per Mps equivarrebbe a una nazionalizzazione.
In questo scenario ieri Moody’s ha declassato il rating della città di Siena (da Baa2 a Baa3) perché non potrà più fare conto sui finanziamenti che fino all’anno scorso la Fondazione aveva garantito.

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