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Moncler, debutto record in Borsa in un giorno guadagna il 46% i piumini conquistano Piazza Affari

MILANO — Remo Ruffini, patron dell’azienda di piumini che ha rilevato da un fallimento soltanto dieci anni fa, entra nell’Olimpo dei super-ricchi: il suo 31,9% di Moncler che ha debuttato ieri in Borsa vale 1,2 miliardi. La società del lusso entra, invece, nella storia di Piazza Affari per essere l’unica matricola dal 2007 ad essere stata collocata al prezzo massimo offerto agli investitori. E ha salutato il primo giorno di quotazione guadagnando il 46,7%. A conti fatti, la società ora vale 3,7 miliardi; più di Tod’s (3,6 miliardi) e un miliardo in meno di Ferragamo (4,7 miliardi), griffe affermate del lusso che fatturano due volte tanto rispetto al gruppo dei piumini. Ma il mercato, invece che fermarsi ai risultati storici dell’azienda, ha premiato le prospettive di crescita dell’azienda. Anche se quanto a redditività Moncler non ha nulla da invidiare a illustri e storici rivali del made in Italy.
Quest’anno la società dovrebbe registrare ricavi pari a 580 milioni e profitti pari a un centinaio: pertanto a fronte di ogni euro di fatturato il gruppo guidato da Ruffini realizza 16 centesimi di utile. Essendo un’azienda giovane, Moncler è la più piccola tra le grande griffe del lusso internazionale, quindi ha ancora molto spazio per crescere. I negozi monomarca, per cominciare: a fine settembre erano 98 a gestione diretta e altri 24 in franchising, ovvero un quinto rispetto a griffe come Gucci o Louis Vuitton, i cui fatturati superano quota 3 miliardi l’anno. Gli investitori scommettono, inoltre, che Ruffini trasformerà Moncler in un marchio a tutto tondo, come negli ultimi anni solo Burberry è riuscita a fare partendo dagli impermeabili per arrivare a profumi borse e accessori. E così l’azienda che nasce in Francia nel 1952, ma arriva al successo solo grazie alle capacità imprenditoriali e allo stile italiano, ieri valeva in Borsa 38 volte gli utili attesi per quest’anno e 33 volte i profitti del 2014: si tratta di un multiplo di lusso che nemmeno griffe come Prada ed Hermes riescono a eguagliare. Del resto, il fatturato è passato dai 37 milioni del 2003 – quando l’imprenditore comasco ha rilevato il marchio dal fallimento della Fin.Part – ai 670 milioni che il gruppo dovrebbe registrare il prossimo anno. A chi chiedeva a Ruffini un commento sulle valutazioni espresse ieri dal mercato, lui rispondeva scherzando «E’ troppo…. non devo guardare il titolo, io continuo a fare il mio lavoro. Per Moncler non deve cambiare e non cambierà niente». Anche ora che l’azienda è pubblica, Ruffini vorrebbe continuare a fare l’imprenditore, occupandosi di prodotto e comunicazione e guardando al lungo periodo, non ai risultati di un trimestre. Per questo il fondatore non ha ceduto azioni in collocamento, né ha intenzione di vedere altri titoli in futuro. Ci ha visto giusto, il finanziere Giovanni Tamburi: la scorsa estate ha comprato una quota di minoranza della holding di Ruffini valutando il titolo 8 euro per azione, circa la metà rispetto alla quotazione del debutto. E ancor meglio è andata ai soci storici dell’imprenditore comasco come la finanziaria Mittel (entrata nel 2005) o il fondo Carlyle (2008), che hanno accompagnato la crescita di Moncler negli anni cruciali. Ma anche il
private equity francese Eurazeo, che ha investito nel gruppo nell’estate del 2011, in due anni ha triplicato l’investimento. Con la quotazione si allarga il parterre de roisdi nomi illustri che hanno investito su Moncler, da Patrizio Bertelli a Sergio Loro Piana, da Bernard Arnault al fondo del Qatar che controlla anche Valentino. «I più bei nomi del mondo della moda – ha dichiarato Ruffini – sono nostri soci. Abbiamo selezionato poco più di cento ordini, con una divisione geografica che riflette la nostra presenza: un terzo dall’Europa, un terzo dalle Americhe e un terzo dall’Asia».

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