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Moda, risveglio di Cina e Russia

Un anno difficile, il 2015, per il tessile-abbigliamento-moda, che si è comunque chiuso con un fatturato in crescita dell’1,1% a 52,6 miliardi. Un aumento che potrebbe però raddoppiare nel primo semestre 2016, secondo le previsioni elaborate per Sistema moda Italia (Smi) dall’università Liuc di Castellanza, che a partire dal 2009 ha sviluppato un modello econometrico ad hoc per l’analisi del tessile-moda. Il condizionale è d’obbligo perché una delle lezioni dello scorso anno è stata quella di mettere in conto un’estrema volatilità economica e finanziaria globale, per definizione imprevedibile.
«Il primo semestre del 2015 aveva dato segnali molto positivi, tranne che dalla Russia. Poi è arrivato il rallentamento della Cina e il crollo delle Borse locali e non solo ed è aumentata l’instabilità geopolitica e i focolai di guerra – sottolinea Claudio Marenzi, presidente di Smi –. Per non parlare del prezzo del petrolio o degli scossoni valutari. Eppure, dovendo e volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, anche nei primi mesi di quest’anno abbiamo colto segnali positivi, in particolare dalla Russia e dalla Cina, il cui rallentamento sembra essersi fermato».
Marenzi guida la più grande associazione del tessile-moda da tre anni e al centro della sua presidenza ha messo fin dall’inizio i temi di filiera: «Le previsioni per il primo semestre vanno in realtà divise in due. Le aziende a monte cresceranno dell’1,1%, quelle a valle, tra le quali ci sono anche i grandi nomi della moda e del lusso made in Italy, del 2,9%. Invito sempre a non fare “medie del pollo”, per due motivi: il primo è la grande differenza tra monte e valle, cioè tra prodotti semilavorati e prodotti finiti, il secondo è che pure nei due macrocomparti ci sono imprese che vanno molto bene e altre che soffrono. Però non mi stancherò mai di ripeterlo: il futuro del settore lo garantisce solo l’integrità della filiera, una ricchezza che il mondo ci invidia». Le differenze tra monte e valle erano state evidenti anche nel 2015, quando le crescite erano state, rispettivamente, dello 0,1% e del 2 per cento .
Veniamo ai dati sull’export: l’aumento dovrebbe essere del 2,9%, in miglioramento rispetto all’intero 2015, che si è chiuso con esportazioni per 29,1 miliardi (+2,1%). In questo caso monte a valle sono più vicini, con crescite dell’export, dell’1,9% e 2,1%. «Il 2016 potrebbe essere l’anno del recupero della Russia, dove nel 2015 avevamo perso il 31,2% di esportazioni. Non credo che, con il rublo ancora così svalutato e il prezzo del petrolio così basso, rivedremo i russi nelle vie dello shopping italiane. Però gli acquisti in loco si stanno riprendendo – racconta il presidente di Smi –. A Mosca, ma anche in altre importanti città come San Pietroburgo, Ekaterinenburg, Samara, Kazan. La performance migliore del 2016 sarà probabilmente ancora quella degli Stati Uniti, seguiti da Cina, Giappone, Corea e, in Europa, della Germania».
Tornando ai temi di filiera, Claudio Marenzi ribadisce l’impegno ad aumentare il dialogo tra valle e monte, tra «piccoli e grandi». Oltre al contratto (si veda il pezzo in pagina), sul tavolo ci sono la sostenibilità e il protocollo messo a punto con Camera della moda presentato il 29 febbraio a Milano e il reverse factoring, per il quale è stato siglato un accordo con UniCredit, che ha messo a disposizione delle Pmi del settore un plafond di due miliardi in tre anni (si veda Il Sole 24 Ore del 7 novembre scorso). Sull’altro tema considerato strategico da Marenzi, il reshoring, le notizie sono, per ora, meno buone: «Le aziende in Veneto e Puglia che avevamo individuato per incoraggiare chi ha delocalizzato a tornare in Italia non sono risultate attrattive quanto avevamo sperato – conclude il presidente di Smi –. Non ci arrendiamo, ma in tempi di crisi e margini compressi è difficile convincere le aziende a riportare la produzione qui, con gli attuali esorbitanti costi del lavoro».

Giulia Crivelli

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