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Moda, il marchio forte non basta

Non è stata riconosciuta la contraffazione del marchio Valentino – e quindi è stata bocciata l’ipotesi di concorrenza sleale – nei confronti della Florence Fashion che utilizzava un logo simile “ereditato” da Giovanni Valentino, ma ritenuto dai giudici distinguibile rispetto a quello della nota casa di moda.
È quanto stabilito dalla sentenza 3118/15, pubblicata il 17 febbraio 2015 dalla Prima sezione civile della corte di Cassazione. Le impugnazioni della Valentino Spa – a tutela dei prodotti firmati dal celebre stilista Valentino Garavani – erano già state rigettate in primo grado dal Tribunale di Milano, a seguito della citazione notificata dalla griffe il 24 maggio 2002, e in appello con sentenza 8 settembre 2010. Il ricorso in Cassazione è stato bocciato contro le conclusioni del sostituto procuratore generale, che aveva sostenuto l’accoglimento del ricorso.
La società del famoso marchio chiedeva di dichiarare la nullità della registrazione della società rivale per difetto del requisito della novità: in pratica l’attrice sosteneva che il marchio?Valentino, costituito dalla lettera “V” inserita in «una figura geometrica» fosse del tutto simile all’altro costituito ugualmente da una lettere “V” inserita in un ovale costituito da una lettera “G” e utilizzato per contraddistinguere prodotti di moda del tutto analoghi (si vedano le riproduzione dei marchi qui a destra).
Il marchio di Valentino Garavani era stato definito «forte» sia dal primo giudice di merito sia in appello perché, in quanto frutto della fantasia, «è dotato di una maggiore incisività della tutela rispetto ai marchi deboli». E, come spiega la Cassazione in premessa, «l’apprezzamento sulla confondibilità tra segni distintivi similari è riservato al giudice di merito, le cui valutazioni si sottraggono al controllo di legittimità se adeguatamente motivate (Cassazioni 4405/2006; 13592/1999)».
Passando al merito delle decisione i giudici supremi affermano: «È noto che per i marchi forti la contraffazione imputabile al marchio successivo e similare non viene meno non solo quando le varianti o modificazioni sono lievi, ma neppure quando siano consistenti o rilevanti, sempreché vi sia appropriazione dell’identità sostanziale ovvero del nucleo ideologico espressivo che caratterizza l’attitudine individualizzante del marchio anteriore (Cassazioni 1906/2010; 14787/2007; 18920; 2004)». Quindi, se per effetto delle varianti o modificazioni, il nucleo ideologico espressivo, proprio del marchio anteriore, resta impregiudicato e cioè non confondibile con il secondo, la tutela del primo si arresta.
Ed è questo il caso deciso. La Cassazione ha quindi confermato la sentenza d’appello secondo cui il marchio era caratterizzato da una diversa composizione che lo rende del tutto differente rispetto al logo Valentino e quindi risulta distinguibile «non solo in una valutazione analitica ma anche e soprattutto in una valutazione globale e sintetica», avendo riguardo anche alla normale capacità percettiva dei consumatori medi dei prodotti di lusso, una «clientela verosimilmente selezionata e avveduta». Ma, soprattutto, per il principio secondo cui non è possibile presumere la confusione per il solo fatto dell’esistenza di un rischio di associazione tra i segni (Cassazione 21086/2005).

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