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Moavero: no agli antagonismi. Con la Germania collaboriamo

Enzo Moavero Milanesi sceglie un giorno così per spiegare come vede il suo compito di ministro per gli Affari europei. Il 9 maggio 1950 Robert Schuman lanciò la dichiarazione sulla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, primo passo del viaggio che avrebbe portato all’euro. Per un ex giudice del Tribunale Ue come Moavero, oggi è «San Schuman»: un giorno di fondazione. Ma è il significato che gli interessa, non la retorica. «I cittadini hanno beneficiato dell’integrazione europea – ricorda – attraverso il benessere, la compartecipazione democratica, il superamento dell’antagonismo fra Stati».
Oggi l’Italia sembra impegnata a contenere la Germania, avvicinandosi a Francia e Spagna. È così?
«La vicinanza a Spagna e Francia esiste. I nostri tre paesi stanno vivendo l’impatto della crisi in maniera simile e mirano a sviluppare in Europa azioni per la crescita e l’occupazione. In questo c’è identità di vedute. Ma non sarebbe del tutto corretto leggerla in chiave di dura contrapposizione politica con altri Stati. La caratteristica della Ue è che le contrapposizioni trovano sempre delle vie di composizione. Di fronte al dramma economico ci sono approcci politici diversi a seconda della situazione interna, ma il dialogo con Berlino è sempre stato una costante e tale resta. La stessa Germania non è su una posizione di assoluto rigorismo. Angela Merkel dice che il rigore dei conti è una base per la crescita, e noi pensiamo in priorità alla crescita, e che questo nesso sia reale: con la Germania e i Paesi le sono affiancati esiste un margine di convergenza».
Il governo chiede meno austerità, eppure vuole rispettare i vincoli. Si avvicina a Parigi e Madrid, eppure dice che non lo fa contro Berlino. Non è volere tutto e il suo contrario?
«Non parlerei di contraddizione, ma di congiunzione fra elementi diversi. Il nostro debito pubblico viene da lontano, va pagato e dunque una linea di disciplina dei conti pubblici ci trova convergenti per convinzione, non per costrizione. Allo stesso tempo, in questa crisi inedita il necessario rigore di bilancio deve coniugarsi con iniziative concrete che favoriscano la ripresa».
Questo mese e a giugno ci saranno due vertici europei. Che risultati si aspetta?
«Al Consiglio del 22 maggio si parlerà di energia e di lotta all’evasione. Sull’energia, attraverso un mercato europeo più aperto e interconnesso, puntiamo a una riduzione dei prezzi che favorisca la nostra competitività. Il vertice di giugno si occuperà dell’integrazione nell’area euro. Vogliamo progressi decisivi sull’unione bancaria, con un sistema di sorveglianza unico, e meccanismi di risoluzione delle crisi e garanzie sui depositi comuni. Poi c’è l’idea di rafforzare il sistema proponendo agli Stati di stipulare dei “contratti” in forza dei quali siano più vincolati a effettuare determinate riforme».
Nelle urne gli italiani hanno espresso insofferenza verso le regole europee. Lei ne tiene conto quando rappresenta il Paese a Bruxelles?
«Bisogna tenerne conto, perché questa reazione emerge da un sentimento diffuso. Dev’essere uno stimolo per spiegare meglio la portata reale delle regole: non c’è solo la parte del vincolo, quella più visibile; esiste anche una duttilità nell’applicare le regole stesse, che è razionale perché permette di muoversi in modo non monolitico. Esempio: la flessibilità nel permettere investimenti produttivi quando il deficit è sotto al 3% del Pil; è un’apertura per cui l’Italia si è battuta. Non c’è dicotomia. La disciplina serve a creare fiducia fra Paesi e presso gli investitori. Al tempo stesso, penso sia essenziale che i settori più critici dell’opinione pubblica vedano anche le azioni possibili per favorire la crescita e la creazione di posti».
Perché a Spagna, Francia e Olanda si è permesso di tenere il deficit sopra al 3% e all’Italia no?
«Questi Paesi hanno fatto presente che non erano in grado di rientrare nei tempi previsti, se non a un gravissimo costo, dunque hanno chiesto una dilazione. Il nostro Paese è un caso diverso: da noi il disavanzo già quest’anno è sotto al 3% e, nelle previsioni della Commissione, lo è anche per il 2014. Inoltre, il nostro Paese a differenza di quei tre ha un debito pubblico molto elevato ed è importante dimostrare di essere affidabili almeno sul parametro del deficit. Senza parlare del fatto che, restando sotto il 3%, avremo più margini per gli investimenti e il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese».
Il vertice Ue parlerà anche di unione politica. Perché un disoccupato dovrebbe interessarsi a un obiettivo così vago?
«C’è la ragione ideale, la fine delle guerre europee, la meta federale. Ma c’è anche un punto concreto: bisogna rafforzare gli istituti democratici per uscire dall’idea di un’Europa gestita dalle tecnocrazie».

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