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Mivar, si spegne l’ultima tv made in Italy “Troppa concorrenza, ora faremo mobili”

ROMA — Stavolta chiude davvero. La Mivar produrrà gli ultimi apparecchi televisivi a dicembre. Dopo si occuperà solo della manutenzione, garantita per 24 mesi dal contratto di acquisto. In azienda rimarranno alcuni tecnici, oltre al fondatore e a pochi parenti, a cominciare dalle figlie che da sempre lo hanno affiancato in azienda, Luisa e Valeria. E poi, chissà: Carlo Vichi, 90 anni, un pezzo di storia dell’imprenditoria italiana, mostra la sua ultima creazione, un tavolo “razionale” dal design originale. E assicura che Mivar cambierà la ragione sociale, la denominazione registrata nel lontano 1945, “Milano Vichi Apparecchi Radio”, in “Milano Vichi Arredamenti Razionali”. Senza illudersi, naturalmente, che questa nuova Mivar, ammesso che parta, possa lontanamente seguire le orme di quella originale, che negli anni belli produceva un terzo dei televisori venduti in Italia. E senza spendere una lira in pubblicità: «La pubblicità è come la droga — diceva Vichi — quando cominci sei costretto ad aumentare la dose».
Zero licenziamenti, zero sovvenzioni pubbliche, zero prodotti venduti senza essere costruiti in fabbrica, ripeteva orgoglioso ai giornalisti. Tutto finito con l’avvento della nuova generazione di televisori, che non ha spazzato via solo la Mivar, ma i principali produttori europei. «L’azienda è in perdita dal 2001 — spiega Giuseppe Viganò, segretario Fim-Cisl Legnano-Magenta — Nel 1998 aveva quasi 1000 dipendenti, nel 2008 ce n’erano ancora 500, perché Vichi pur di non chiudere ripianava ogni anno le perdite. Gli sarà costato dai 100 ai 120 milioni, senza contare i 30 spesi per costruire il nuovissimo padiglione industriale di Abbiategrasso, un edificio bellissimo, innovativo, progettato da lui stesso, mai utilizzato ». Al momento alla Mivar lavorano ancora una quarantina di persone, che assemblano televisori a Led con componenti prodotti soprattutto in Cina; dalla fine di dicembre saranno quasi tutti in mobilità. «La Mivar sta completando il suo ciclo — conferma amareggiato Vichi — ma l’Italia è morta nel 1945. Finita la guerra siamo stati superati da tutti. Dovremmo lavorare come i cinesi, con onestà e intelligenza. Il problema invece è che non sappiamo più lavorare. E i prodotti fatti senza utilizzare tutte le possibilità che la tecnologia offre vengono rifiutati dal mercato».
Per Abbiategrasso non si tratta solo della chiusura di una fabbrica. Vichi è una leggenda in Lombardia: l’uomo che inneggiava al fascismo, e che sbatteva le porte in faccia ai sindacati, ma che permetteva alle operaie di arrivare alle 8.45 perché prima dovevano accompagnare i figli a scuola, e di uscire alle 12.15 per andare a riprenderli. L’imprenditore che pagava le rate del mutuo ai suoi operai in difficoltà, anche se erano del Pci. E che ha sempre assunto un cuoco per la mensa, perché gli operai hanno diritto a un pasto decoroso.

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