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Misure, linea dura di Speranza “Non si riapra”. Gelmini frena

«Non è il momento di allentare le misure, non è il momento di superare il sistema delle fasce di rischio ». Roberto Speranza lo ha detto chiaramente nella riunione con tutti i presidenti di Regione e con la responsabile degli Affari Regionali Maria Stella Gelmini. Facendo capire che non solo il Consiglio dei ministri di oggi prorogherà di un mese il divieto di spostamento tra Regioni e quello di fare visita in casa altrui in più di due persone (bambini esclusi). Ma che anche nella discussione che già oggi si aprirà sul dpcm in scadenza il 5 marzo, il ministro della Salute continuerà ad attestarsi sulla linea rigorista. E non sarà il solo.
Il governo è cambiato, ma l’approccio alla lotta al Covid-19 non cambia. Non può farlo, a causa delle varianti che stanno aumentando la loro diffusione tanto da poter arrivare a sostituire il virus nei prossimi mesi. La ministra forzista ha condiviso la preoccupazione, la piena consapevolezza del rischio di un Rt – l’indice di trasmissione del contagio – che sta salendo fino a 1 dopo i tanti sforzi fatti per abbassarlo. Gelmini ha però voluto sottolineare la necessità di una risposta adeguata alla sofferenza di molti settori produttivi, oltre che su quello sanitario. Un modo per non lasciare alla Lega il dominio sugli umori della classe produttrice del Nord che reclama ristori e riaperture.
«Dobbiamo mettere a posto la governance – ha detto la ministra – le Regioni devono essere maggiormente coinvolte nel processo decisionale. E ci deve essere più attenzione per i danni economici che la pandemia sta causando». In questo ha sposato pienamente una delle richieste presenti nella bozza unitaria presentata dal presidente della Conferenza Stato-Regioni, e dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.
Il documento – che faticosamente ha messo d’accordo approcci opposti – chiede ristori che scattino automaticamente quando scattano le chiusure, chiunque le decida, che siano il governo centrale o gli enti locali. Poi una revisione dei parametri in base a cui si decidono le chiusure, più legati alla saturazione degli ospedali che all’indice di trasmissione; il superamento della divisione per fasce, cui tiene tra gli altri proprio Bonaccini, e una valutazione più accurata della possibilità di riaprire alcune attività, cinema, palestre, sebbene con protocolli rigidissimi. Anche i comuni, ad esempio, spingono per riaprire i ristoranti la sera e chiedono un piano vaccinale di massa per il quale mettono a disposizione anche i palazzetti.
Gelmini si è impegnata a portare il documento delle Regioni in cdm oggi. E ai presidenti che hanno esposto le loro preoccupazioni per le scuole aperte, a partire dal reggente calabrese Antonino Spirlì e dal vice di De Luca, Fulvio Bonavitacola, ha ricordato: «Per il premier Draghi la scuola aperta è una priorità e il ministro Patrizio Bianchi sta lavorando in questo senso».
Zaia, Giani, Tesei, Toti, a nome di Veneto, Toscana, Umbria e Liguria, hanno chiesto al nuovo governo più chiarezza e coinvolgimento. Garantiti ieri, almeno a parole. Ma anche a giudicare dal percorso individuato: delle misure da cambiare entro il 5 marzo si comincerà a parlare già oggi, in un Consiglio dei ministri che potrebbe allungarsi fino a coinvolgere il comitato tecnico scientifico e le stesse Regioni. Ci sono da analizzare tutte le restrizioni in vigore, una a una, e capire come andare avanti: dalle fasce per colore – su cui il governo vuole per ora tenere – fino alle possibili riaperture. Il metodo Draghi è quindi quello di anticipare il più possibile le mosse. Il decreto di oggi, che ne proroga uno in scadenza giovedì, arriva all’ultimo momento per forza di cose. Era stato prolungato di 15 giorni e non di un mese per «rispetto istituzionale » nell’ultimo Consiglio dei ministri del Conte due. Adesso però – questa la promessa – si cercherà di pianificare di più. Anche sui vaccini: a marzo è previsto l’arrivo di 8 milioni di dosi dopo i 4 milioni di febbraio e i 2 di gennaio. È il momento di correre.
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