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“Misure aggiuntive per avere l’aiuto” la mossa a sorpresa di Supermario che ha convinto gli altri rigoristi

La sua tela Mario Draghi ha iniziato a tesserla più di un mese fa. Un lavoro delicatissimo, sempre sul filo del rasoio che ha trovato il suo compimento nella riunione di ieri a Francoforte. Cinque ore di vertice in seno al Consiglio dei governatori centrali dell’eurozona che ha isolato il capo della Bundesbank, Jens Weidmann, dai suoi storici alleati. E così Draghi è riuscito a mantenere dalla sua parte le banche da sempre più vicine agli istinti puristi della Buba. Il lussemburghese Yves Mersch, l’olandese Klaas Knot e il finlandese Erkki Liikanen votano a favore dell’Outright
Monetary Transactions, il nuovissimo programma di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi sotto l’attacco di sfiducia e speculazione. È l’agognata arma nucleare che con il suo effetto deterrente dovrebbe salvare l’euro.
Alle nove del mattino al trentaseiesimo piano dell’Eurotower parte la riunione più delicata della storia della Bce. In sala non ci sono mai state così poche persone: Draghi, i membri del board, i governatori e gli ospiti Juncker e Rehn. Il segretario generale della Bce, il belga Pierre van der Haegen, si deve schierare senza collaboratori. Il verbale della riunione lo stenderà tutto di suo pugno. «Non è stata una riunione preconfezionata», si lascia sfuggire uno dei partecipanti. Si discute in modo approfondito, con il documento finale che viene «limato» fino a pochi minuti dalla conferenza stampa di Draghi.
Ma il presidente italiano per portare a casa il bersaglio grosso qualcosa ha dovuto concedere. È questo il punto centrale dell’accordo. Il modo che gli ha permesso di isolare Weidmann dai suoi storici alleati rigoristi. Già, perché nei corridoi dell’Eurotower nessuno fa mistero che se “Mario” non fosse riuscito a far approvare un programma credibile «gli effetti sui mercati sarebbero stati devastanti», l’euro sarebbe entrato in un coma irreversibile e lui si sarebbe dovuto dimettere. Così come un via libera bocciato da altri banchieri oltre al capo della Buba avrebbe rischiato di essere poco convincente. Invece Draghi ce l’ha fatta. Ma per portare dalla sua il drappello di falchi potenzialmente a rischio ha dovuto mollare sulle condizionalità.
Al summit di Bruxelles di fine giugno Monti, Hollande e Rajoy erano riusciti a strappare l’intervento a costo zero del fondo salvastati dell’Unione (Esm). Ovvero, per i Paesi “virtuosi” si sarebbe potuto attivare comprando i loro titoli
per abbassare lo spread dopo la firma di un memorandum (che Monti ha chiamato “light”) in cui il governo soccorso si impegnava solo ad andare avanti su risanamento e riforme già concordate in Europa. Senza impegni aggiuntivi. Ma Draghi ha dovuto concedere qualcosa ai governatori ancora scottati dalla fregatura presa lo scorso anno da Berlusconi che, quando la Bce ha iniziato a comprare valanghe di Btp, ha abbandonato la strada delle riforme rendendo inutile l’azione dell’Eurotower.
E così nel comunicato finale si ricorda che la Bce scenderà in campo solo «a condizione» che un Paese chieda l’aiuto del fondo salva-Stati e che firmi un memorandum con «condizioni severe ed effettive». Non solo, viene esplicitamente citato il programma Enhanced Conditions Credit Line che spegne i sogni di gloria dei governi. Per farla breve: taglia fuori il programma leggero, quello al quale i governi impegnati nel risanamento possono accedere senza impegni aggiuntivi, e indica che Francoforte si muoverà solo con un memorandum che comprende nuove «misure correttive». Dunque non a costo zero. Oltretutto si chiede il coinvolgimento dell’Fmi, noto per i modi e richieste rudi, e concede alla Troika che vigilerà sul rispetto degli impegni la possibilità di guardare a casa del governo soccorso in modo molto intrusivo. Con gli ispettori di Bce, Commissione Ue ed eventualmente Fmi che metteranno in campo una «sorveglianza avanzata». Primo, gli uomini in nero ogni tre mesi riferiranno all’Eurogruppo sul comportamento del governo monitorato. Secondo, in ogni momento potranno chiedere alle capitali di comunicare «ogni informazione» sullo stato delle finanze e delle entrate fiscali, ordinare un audit sui conti, di far verificare da Eurostat la qualità delle statistiche nazionali e la comunicazione settimanale dei dati sul proprio sistema finanziario.
Non significa certo che chi sarà aiutato da Francoforte farà la fine della Grecia. Ogni Paese in base alla sua forza potrà spuntare condizioni più o meno buone. Ma certo è che partire per negoziare nuovi sacrifici è peggio che avere la possibilità di negoziare un intervento a costo zero. Non per niente una fonte interna alla Bce riconosce che «Weidmann ha ottenuto molto». Ma parla lo stesso di «un ottimo compromesso». Tanto che un delegato che ieri sostava di fronte alla porta della sala dei governatori riassume così la situazione: «La riunione è andata benissimo, come dimostrano la reazione di Borse e spread. Fanno capire che la Bce ha già raffreddato la temperatura dei mercati e conferma che una parte dello spread era dovuto alle speculazioni sull’euro. La scommessa, che credo vinceremo, è che gli spread verranno quasi dimezzati, in modo che un Paese come l’Italia non debba chiedere l’intervento». È questa la battaglia in corso, che il bazooka messo sul tavolo da Draghi sia sufficiente a normalizzare i mercati senza che sia mai necessario premere il grilletto. Potrebbe far cambiare il corso della guerra alla crisi.

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