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Mister Airbnb: “La mia rivoluzione dei viaggi iniziata da un materassino”

Il trentaseienne che ha rivoluzionato il modo di viaggiare di milioni di persone conserva ancora il materassino, airbed, che diede inizio a tutto. «La prima volta che lo offrii a qualcuno — racconta Joe Gebbia, co-fondatore di Airbnb, sneakers e cappellino, l’aria riposata del globetrotter navigato nonostante un volo intercontinentale — fu all’indomani della laurea, quando ospitai in casa un perfetto sconosciuto che aveva acquistato un mio lavoro al mercatino universitario (la Rhode Island School of Design, ndr). Durante la notte mi chiusi a chiave in camera da letto. Pensai: “E se fosse uno psicopatico?” ». Invece i due sono ancora amici e sul concetto di fiducia Gebbia, con i soci Brian Chesky e Nathan Blecharczyk, nel 2008 ha fondato Airbnb, un’impresa che oggi vale 30 miliardi e ha 4 milioni di annunci in 191 Paesi.
Gebbia, designer di origini siciliane, è in Italia perché oggi, a Palermo, presenta il progetto “Borghi italiani” con Anci e ministero dei Beni culturali. Domani, invece, terrà una lectio magistralis all’Istituto europeo di design di Milano. Da quando è un miliardario under quaranta non condivide più il suo appartamento, ma se viaggia usa solo Airbnb: stavolta una casa sontuosa a palazzo Lampedusa, quello dell’autore di Il Gattopardo.
Gebbia, come è nato Airbnb?
«Già a 10 anni sognavo la mia società. Sono nato ad Atlanta, in Georgia: i miei genitori Joe ed Eileen avevano un’impresa di distribuzione di cibo salutare e integratori e mi hanno insegnato, oltre all’amore per l’arte, lo sport e la musica, che bisogna contare su se stessi. Nel 2007 il mio ex collega di università Brian si era trasferito a casa mia e il proprietario ci aveva appena aumentato l’affitto. In quei giorni a San Francisco c’era una grande conferenza sul design: trovare un posto letto era un’utopia. Mi venne un’idea e in una notte nacque il sito “Air bed and breakfast”: materassino gonfiabile, scrivania e wi-fi a venti dollari a notte».
Qualcuno si fece avanti?
«Tre persone. Fu l’inizio di tutto ».
La strada però fu tutta in salita.
«Abbiamo collezionato sette “no” prima che qualcuno credesse nel nostro progetto. Ma ci ero abituato: dopo la laurea avevo fondato una mia impresa di design. Facevo tutto da solo: progettavo gli oggetti, li realizzavo e li promuovevo per la vendita. Il mio obiettivo era il bookshop del Moma di New York».
E ci arrivò?
«Sì, ma dopo due anni, con un cuscino portatile. Quella volta capii che se vuoi puoi».
Qual è la forza di Airbnb?
«Far vivere alle persone l’esperienza del viaggio a tutte le fasce di prezzo. Anche in tempi bui come i nostri, Airbnb dimostra che la gente vuole fidarsi, le serve solo un’opportunità: non è straordinario che ogni notte due milioni di persone dormano a casa d’altri? ».
Il suo primo viaggio senza i genitori? Dov’è andato?
Dove ha dormito?
«A 19 anni, in giro in auto per l’Europa con un amico. L’ostello era un lusso: in Costa Azzurra dormimmo in tenda con quaranta gradi. A Barcellona arrivammo così stanchi da non riuscire neppure a montarla: buttammo i sacchi a pelo per terra e ci svegliammo coperti di formiche».
Il vostro rapporto con l’Italia?
C’è un contenzioso aperto sulle tasse.
«Sono certo che troveremo una soluzione: abbiamo già fatto accordi con 310 amministrazioni locali nel mondo, e abbiamo versato più di 300 milioni di imposte di soggiorno. Adesso siamo in Italia per promuovere il progetto sui borghi: nel 2050, il 60 per cento della popolazione vivrà nelle grandi città e i piccoli centri rischiano di morire. È nato un portale per affittare ai viaggiatori le case sfitte, e abbiamo un progetto di recupero di spazi degradati: a Civita di Bagnoregio, nel Lazio, una dimora storica danneggiata da un terremoto è già diventata il primo luogo pubblico disponibile su Airbnb. Un’impresa come la nostra ha una responsabilità sociale ».
Quale?
«Esserci. Con l’uragano Sandy nel 2012 è nata Open Homes: la nostra community, in occasione di novanta disastri naturali in 18 Paesi, dall’alluvione in Liguria al terremoto di Amatrice, ha aperto gratis le case agli sfollati. E da qualche tempo, collaborando con le organizzazioni umanitarie, accogliamo anche i rifugiati ».
Ha inventato Airbnb a 26 anni. Consigli per i giovani?
«Per i designer, di creare sempre prodotti che risolvano anzitutto un loro problema. In generale, per tutti, il mio consiglio è di non mollare mai».

Sara Scarafia

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