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Missione Etihad a Roma, accordo vicino

MILANO — L’incontro tra il Ceo di Etihad, James Hogan, con il premier Matteo Renzi, ieri a Palazzo Chigi, è la prova di un’accelerazione nella trattativa per l’ingresso della compagnia di Abu Dhabi in Alitalia, con un quota intorno al 40%. Chiusa la due diligence la settimana scorsa, il manager australiano, 57 anni, è arrivato mercoledì a Roma per negoziare le condizioni alla base della futura alleanza e mettere a punto di persona il business plan, incentrato sui collegamenti intercontinentali, con l’amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio, 62 anni. Al colloquio tra Renzi e Hogan era presente anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio.
La visita dimostra non solo quanto sia importante per il governo che si arrivi a un accordo con gli arabi, ultima chance per il salvataggio di Alitalia dopo il naufragio del matrimonio con Air France-Klm, ma anche che l’esecutivo è pronto a fare la sua parte per chiudere. In un momento di alta disoccupazione, non è difficile immaginare che la questione della forza lavoro sia uno dei temi più delicati. E Palazzo Chigi, lo ha detto esplicitamente nei giorni scorsi il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, auspica un piano di crescita che rilanci l’occupazione, in modo da rendere più accettabili i sacrifici, che ci saranno per tutti, banche incluse.
Al cuore della questione è la formula tecnica da adottare per le fuoriuscite. Etihad punterebbe a chiedere esuberi (convertendo la Cig a rotazione o la solidarietà in Cig a zero ore) da un minimo di 2.500 ore ad un massimo di circa 3.100, coinvolgendo i circa 900 dipendenti che stanno facendo la Cig a zero ore su base volontaria e quelli implicati dall’ultimo accordo di febbraio. Nel frattempo Alitalia ha recapitato una lettera a circa 100 comandanti istruttori e controllori nella quale richiede «un’autoriduzione dei propri compensi per la delicata attività addestrativa e dei controllo che svolgono per conto dell’azienda e dell’Enac», hanno reso noto ieri Uiltrasporti e l’Anpac, che rifiutano «azioni unilaterali», ma si dichiarano «disponibili a discutere» con la compagnia sul prossimo piano congiunto con Etihad. Quanto alla questione dell’indebitamento, Etihad vorrebbe una ristrutturazione per almeno 400 milioni. Le banche (azioniste e creditrici) aprono a questa possibilità e sono pronte ad avviare una discussione, ma attendono prima il via libera all’accordo.
Una lettera di intenti o quanto meno un’intesa di massima è ormai questione di ore, sostengono fonti di Palazzo Chigi. Forse potrebbe arrivare già entro stasera, visto che Hogan sarà anche oggi a Roma per continuare le trattative, prima di volare a Londra in serata.
Se, come pare, il matrimonio tra Alitalia e Etihad si farà, il grande sconfitto della partita sarà Alexandre De Juniac, 57 anni, presidente e direttore generale di Air France-Klm. Ex capo di gabinetto di Christine Lagarde, quando l’attuale direttore del Fondo monetario internazionale era ministro dell’Economia, De Junic, uomo di destra, non ha potuto contare sul supporto dello Stato francese per investire in Alitalia, partecipando all’aumento di capitale da 300 milioni mentre allo stesso tempo annunciava esuberi in casa. E ha perciò giocato d’azzardo scommettendo sul fallimento della compagnia transalpina, che pensava di conquistato gratis.
Ma nei cieli c’è un altra novità: il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato da Assaereo, l’associazione sindacale aderente a Confindustria, contro l’autorizzazione, in via provvisoria e per un periodo di 18 mesi a partire dall’ottobre del 2013, concessa ad Emirates di collegare direttamente Milano Malpensa con New York. «Un provvedimento stupefacente e inatteso tanto più in vista di Expo, evento per il quale auspicavamo tutti una politica di Open Sky», ha immediatamente protestato il presidente della Sea, Pietro Modiano.

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