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Il ministro della Brexit: «L’accordo? Il tempo c’è. E garantiremo i diritti degli italiani del Regno»

«Voglio mandare un messaggio molto chiaro a tutti gli italiani residenti nel Regno Unito: i loro diritti saranno garantiti», diceva ieri pomeriggio al Corriere della Sera il ministro britannico per l’Uscita dall’Unione Europea. Il colloquio con Steve Barclay si è svolto seduti a un tavolo nel verde di villa Wolkonsky, la residenza dell’ambasciatore di Londra a Roma. Il conservatore di 47 anni che è stato in precedenza ministro della salute dimostrava l’energia di Boris Johnson senza l’effervescenza ostentata dal premier. Si presenta come persona dai modi più misurati. Ma è impervia la strada sulla quale cammina.

La scadenza del 31 ottobre per la formalizzazione del distacco del Regno Unito dagli altri 27 Stati membri dell’Ue si avvicina. Il Parlamento britannico ha intimato per legge a Johnson di chiedere una proroga dei negoziati se quel giorno non sarà pronta un’intesa. Tra Londra e Bruxelles però finora nessuna notizia ha una capacità persuasiva tale da cancellare una sensazione: che possa essere in corso una danza. Ciascuna delle due parti compie i propri passi con la preoccupazione di non apparire la responsabile di un’eventuale separazione priva di accordo sulle sue modalità e sui rapporti futuri fra britannici e Ue.

«I diritti sono garantiti per qualunque italiano sia residente nel Regno Unito: all’assistenza sanitaria nazionale, all’utilizzo delle patenti di guida. Diamo un grande valore al contribuito degli italiani ai nostri servizi pubblici, a tante attività. Siamo grati che abbiano scelto il nostro Paese per loro casa», aggiungeva il ministro Barclay. Nella sua agenda, l’appuntamento successivo era con Enzo Amendola, il ministro italiano per gli Affari Europei.

Stando a dati aggiornati al 30 settembre diffusi ieri, dopo polacchi e romeni i nostri connazionali sono in Gran Bretagna la terza comunità di europei nelle domande per ottenere permessi permanenti di soggiorno. A chiederli sono stati 200.700 italiani. Il 61% ha ricevuto lo status di settled (per chi abita lì da almeno cinque anni rispetto alla data di uscita dall’Ue) e il 38% di pre-settled (da meno di cinque) . «Gli italiani possono registrarsi fino a fine 2020, ma li incoraggiamo a farlo il prima possibile. Finora due milioni di europei hanno presentato domanda. Una sola è stata respinta: per ragioni penali», ha fatto notare Barclay.

 

L’isolazionista Johnson preferiva il governo Conte Uno con dentro la Lega al più europeista Conte Bis di 5 Stelle, Partito democratico e altri. Eppure ragioni corpose spingono Roma a non ostacolare un accordo Ue-Londra.

Gli iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) sono in Gran Bretagna 360 mila. Con residenti temporanei e cittadini di doppia nazionalità la comunità arriva a 700mila persone. L’interscambio è a nostro favore: nel 2018 abbiamo venduto merci e servizi per oltre 23 miliardi di euro e acquistati per 11 miliardi e 140 milioni.

«Le relazioni bilaterali sono ottime», evidenziava il ministro della Brexit. A Londra si è scritto che un appunto dell’ ufficio del premier avrebbe previsto ritorsioni contro i Paesi dell’Ue che non si fossero opposti a una proroga dei negoziati oltre il 31 ottobre. E Barclay, su questo? «Le istruzioni che il premier mi ha dato sono estremamente chiare: vogliamo uscire con un accordo». Il Consiglio Europeo si riunirà il 17 ottobre. «Michel Barnier e Jean-Claude Juncker hanno detto che c’è tempo per raggiungere un accordo. Se non ci fosse sarebbe un fallimento dell’arte del negoziare tra Stati», sosteneva il ministro citando il negoziatore per l’Europa e il presidente uscente della Commissione.

Maurizio Caprara

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