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Minibond, opportunità per oltre 17 mila pmi italiane

Da strumento di finanziamento a driver della ripresa e dell’internazionalizzazione delle imprese italiane. A fine 2014 sono state 88 le emissioni concluse, per 460 milioni euro investiti. I minibond insomma, rappresentano una grande potenzialità per le imprese: si stima siano 17mila le pmi italiane potenzialmente in target con questi strumenti.

Secondo uno studio elaborato da Classis Capital Sim, il taglio delle 88 operazioni concluse ha visto prevale quelle di valore inferiore ai 10 milioni di euro (33 casi), seguite da quelle tra i 10 e i 30 milioni (20 operazioni), quelle tra i 30 e i 100 milioni (4) fino alle 6 da oltre 100 milioni di euro.

Eppure, secondo gli operatori del settore, qualche limite al grande decollo dello strumento ci sono: costi elevati, scarsa sensibilità degli imprenditori ad aprirsi a canali di finanziamento diversi rispetto a quello bancario; necessità di comunicare con il mercato e promuovere la propria azienda, contrattualistica ancora non chiarissima.

«La principale difficoltà che le pmi incontrano nell’emissione di mini bond è rappresentata dal costo dell’indebitamento visto che la cedola si mantiene ancora a livelli relativamente elevati», spiega Fabio Ilacqua, partner del dipartimento di diritto dei mercati finanziari dello studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners. «La ragione principale è riconducibile alla struttura dei minibond, spesso privi di rating.

Infine, occorrere superare la generale avversione delle imprese di piccole dimensioni alla diversificazione delle fonti di finanziamento».

Secondo Cristiano Tommasi, partner di Allen & Overy, «un limite è dato dall’inesperienza sul mercato dei capitali delle società emittenti che giustamente richiedono un investimento anche in termini di education iniziale così come la compliance con regole del mercato di quotazione selezionato. Infine, la mancanza di una documentazione standardizzata e consolidata come avviene per le operazioni eurobond».

Per Roberto Culicchi, Head del Dipartimento di equity capital markets DI Hogan Lovells, «il taglio ridotto delle emissioni e il profilo di rischiosità potenzialmente elevata delle imprese non quotate di piccola e media dimensione sono tra i fattori che ancora favoriscono una certa diffidenza da parte di tali investitori professionali. Inoltre i costi connessi all’emissione di un minibond o di una cambiale finanziaria, quantificabili nell’ordine di grandezza del 2,5-4% del valore nominale complessivo dell’operazione e comunque superiori a quelli associati al debito bancario, sono spesso considerati eccessivi dalle pmi».

Secondo Livio Esposizione, partner dello studio Tonucci&Partners, «dopo le modifiche introdotte dal decreto Destinazione Italia del 2013 le difficoltà nel negoziare e concludere operazioni di emissione sono dovute al rating che spesso non rappresenta adeguatamente i valori aziendali, alle garanzie accessorie onerose eventualmente richieste dagli investitori.» conclude.

Per Piergiorgio Leofreddi, socio di Simmons & Simmons, «si potrebbe chiarire meglio la formulazione della norma: eliminare il requisito della negoziazione del titolo sul mercato regolamentato e consentire di usufruire del beneficio fiscale con la semplice ammissione alla negoziazione dei titoli.

In teoria dal punto di vista fiscale non ci sarebbe tanto altro da fare considerato che questi strumenti già godono dei benefici del decreto 239 (tassazione sulle obbligazioni emesse dalle società quotate e dalle banche) per quanto riguarda le imposte dirette e della possibilità di applicare l’imposta sostitutiva per quanto concerne le imposte indirette. L’unica cosa che renderebbe i Minibond ancora più attrattivi per gli investitori sarebbe equipararne il trattamentofiscale a quello dei titoli di stato (12,5%) che a parità di profilo rischio/investimento restano ancora lo strumento più appetibile».

Pragmaticamente Giovanni Luppi, socio responsabile del dipartimento diritto finanziario dello Studio R&P Legal sottolinea come «la vera scommessa per i minibond è il crearsi di un vero e ampio mercato di investitori. Ad oggi sono ancora pochi. Per aumentarne la platea sarebbe molto interessante se la Banca d’Italia permettesse la creazione di fondi comuni di investimento in minibond aperti anche agli investitori retail».

Infine, secondo Milena Prisco, delo Studio Previti «l’emissione di minibond consente alle aziende una maggiore flessibilità finanziaria, la diversificazione delle fonti di raccolta, la creazione di una base di investitori per eventuali e successive operazione sui mercati (Ipo), nonché un salto culturale da parte dell’imprenditore. A tanto deve aggiungersi la visibilità che acquisisce l’azienda «sui radar» degli investitori nazionali e internazionali per cui i bond – emessi dalle imprese italiane – costituiscono un’interessante opportunità, in particolare per gli investitori internazionali alla ricerca di rendimenti elevati. A questo proposito, la garanzia fornita dal Fondo centrale pmi, oggi estesa ai minibond, è sicuramente uno strumento che può invogliare gli investitori internazionali che chiedono una maggiore copertura del rischio dell’investimento.

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