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Minibond in cerca di rilancio

Meglio aprire il capitale a nuovi soci quotandosi o emettere obbligazioni per raccogliere fondi? È il dilemma che si pone alle piccole e medie imprese italiane, alle prese con un credit crunch che continua ormai da sei anni e “ingessate” dalla diffidenza dei fondatori verso il mercato azionario.
Il rischio, se non si agisce, è quello di un progressivo degrado dello stato patrimoniale, impedendo gli investimenti in ricerca e sviluppo e i processi di crescita e internazionalizzazione. Il risultato sarebbe l’inesorabile e progressiva distruzione di uno dei principali vantaggi competitivi italiani, il tessuto delle piccole e medie imprese.
A guardare i dati di mercato dell’ultimo anno, verrebbe da dire che la Borsa fa più presa fra le Pmi visto che il mercato dedicato – l’Aim Italia – ha registrato oltre una decina di nuove matricole (su questa opportunità vedi anche l’intervista a fianco). Mentre uno strumento obbligazionario innovativo tagliato su misura per le piccole società non quotate – i minibond, introdotti nell’estate dell’anno scorso dal Governo Monti e riservati agli investitori istituzionali – finora non ha avuto il successo aspettato.
Solo nelle ultime settimane si stanno presentando sul mercato un po’ di intermediari specializzati, che potrebbero “fare mercato” su questi titoli. Le cifre che possono mettere in campo però sono ancora limitate, solo qualche miliardo di euro. Eppure le potenzialità del mercato sono enormi. Le imprese affidabili in termini di bilancio e potenzialmente coinvolgibili in una emissione di minibond sono circa 35.000, secondo i dati Cerved, e il 2014 potrebbe vedere – secondo l’opinione di molti operatori del settore – una esplosione delle emissioni.
D’altra parte le condizioni ci sono tutte. Antonio Tognoli, vice presidente di Integrae Sim, nota come «negli ultimi 20 mesi, secondo le cifre di Banca d’Italia, i prestiti del sistema bancario alle imprese si sono ridotti di 70 miliardi di euro, mentre i depositi sono aumentati di 120 miliardi. Quindi c’è un buco da colmare, che potrebbe valere qualcosa come 70-100 miliardi all’anno e questo potrebbe essere la dimensione del mercato dei minibond».
Mattia Donadeo Spada è Founding Partner di CrescItalia, l’advisor per le piccole e medie imprese che ha lanciato – con Hedge Invest – il fondo Hi CrescItalia Pmi Fund, concentrato esclusivamente nella sottoscrizione di mini bond emessi da Pmi italiane. «Minibond e Borsa – dice – possono essere due passaggi complementari, anche se la quotazione ha presupposti diversi. I minibond che metteremo nel nostro fondo sono finalizzati a un preciso progetto di investimento, mentre la Borsa raccoglie fondi per progetti di più ampio respiro. E, dal punto di vista dell’investitore, i minibond ovviamente presentano un rischio più piccolo rispetto all’equity».
Ma anche gli americani guardano con interesse alle potenzialità del mercato delle miniobbligazioni. «In Italia vi sono molte opportunità interessanti di investimento fra le piccole e medie imprese – aggiunge Ersilia Molnar, responsabile dell’Institutional Marketing della casa americana Muzinich & Co che ha appena ottenuto il via libera per il Fondo Muzinich Italian Private Debt – da scegliere, specialmente in questo periodo di disintermediazione bancari, con un attento e rigoroso processo di selezione».

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