Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Minibond fra le alternative all’Ipo

Sono strozzate da un credito bancario che dal 2010 si è ridotto di circa 48 miliardi di euro. Sono punite dai cronici ritardi nei pagamenti delle fatture, che mediamente vengono saldate dopo 96 giorni, contro i 35 della Germania e i 57 della Francia. Sono oppresse da un fisco che si porta via il 65,8% degli utili, contro il 49,4% della Germania. Per le imprese italiane, ormai, trovare fonti alternative al canale bancario per reperire finanziamenti o capitale è diventata una questione di sopravvivenza.
Ormai è interesse di tutti (banche incluse) creare per le aziende efficienti canali alternativi. E qualcosa, in effetti, si sta muovendo davvero. Sempre più imprese guardano infatti alla Borsa. Il private equity è tornato a crescere. Presto potrebbe nascere un valido mercato dei mini-bond. Forse diventeranno possibili i micro-bond. E tante imprese si appoggiano al factoring. Il punto è che questi canali, ancora asfittici, devono svilupparsi. E, nonostante i buoni propositi del 2013, questo non sta ancora accadendo.
L’anno dei mini-bond
La vera rivoluzione che potrebbe partire quest’anno è quella dei mini-bond. Dopo due interventi legislativi ad hoc (il decreto Sviluppo e il recentissimo Destinazione Italia), sono stati eliminati tutti gli handicap fiscali e normativi che in passato impedivano alle imprese piccole e non quotate in Borsa di emettere obbligazioni. La possibilità di finanziarsi in questo modo è stata già ampiamente sfruttata dalle imprese di maggiori dimensioni non quotate in Borsa, ma nel 2013 anche alcune mini-aziende hanno avuto accesso al mercato: secondo i dati raccolti da Giancarlo Giudici del Politecnico di Milano, l’anno scorso sono stati emessi 9 bond di dimensioni «mini» (di pochi milioni di euro). E nella prima settimana del 2014 ne sono stati lanciati altri due.
Ovvio che si tratta di briciole. Per far nascere veramente un mercato di mini-obbligazioni, servono infatti investitori specializzati che le comprino. Ma anche questo, piano piano, sta accadendo. Fino ad oggi – stima Aifi – sono stati creati in Italia 22 fondi specializzati in mini-bond: considerando che ognuno di questi ha l’obiettivo di raccogliere tra i 150 e i 200 milioni di euro da investire, potenzialmente nel 2014 questi fondi potrebbero finanziare le mini-imprese – comprando le loro obbligazioni – per 3-4 miliardi. Poco, rispetto ai 48 miliardi di credito bancario che manca all’appello. Ma comunque si tratterebbe di un primo passo importante.
Il problema è che, per ora, la maggior parte dei 22 fondi che dovrebbero comprare queste obbligazioni sta faticando a raccogliere capitali. «Il fund-raising – osservano vari addetti ai lavori bene informati – è fermo al palo». Il mercato dei mini-bond, insomma, per ora è un sogno nel cassetto. Realizzabile, alla portata. Le condizioni favorevoli (anche legislative) ci sono tutte. Ma, per ora, resta un sogno.
Il factoring frena
Il problema è che anche un altro tradizionale canale alternativo di finanziamento per le imprese si sta lentamente avvizzendo, dopo anni di espansione: il factoring. Cioè la cessione, da parte delle imprese, delle fatture. Per le imprese si tratta di un importante toccasana, soprattutto in un Paese dove – secondo i dati di Intrum Justitia – le fatture vengono pagate mediamente con 96 giorni di ritardo, che diventano 180 medi quando a saldare è la Pubblica Amministrazione: cedendo il credito a una società di factoring, infatti, l’impresa incassa subito i soldi che le servono. Senza aspettare. Pagando, ovviamente, un tasso d’interesse.
Purtroppo però il factoring, che negli ultimi anni cresceva velocemente proprio per compensare il calo del credito bancario, nel 2013 ha fermato la corsa. Secondo i dati di Assifact, relativi a novembre, nel 2013 il settore è calato dell’1,47%. Vale ancora 147 miliardi di euro, cifra molto importante e certamente non paragonabile a quella dei mini-bond. Ma cala. «Il factoring è uno strumento migliore rispetto al credito tradizionale anche per le banche – spiega Giovanni Bossi, numero uno di Banca Ifis –, perché mitiga il rischio di credito». Eppure i maggiori istituti di credito, che controllano le più grandi società di factoring d’Italia, stanno tirando il freno anche su questo fronte.
Micro-bond e private equity
Il decreto Destinazione Italia potrebbe dare una mano anche alle micro-imprese, permettendo loro di emettere micro-obbligazioni. Con una riforma ad hoc, infatti, il Governo ha reso più facile per le banche realizzare cartolarizzazioni “impacchettando” obbligazioni di taglia micro (anche di poche centinaia di migliaia di euro). In questo modo anche le piccolissime imprese potrebbero in futuro emettere bond, che le banche potrebbero impacchettare in operazioni di cartolarizzazione per venderle poi sul mercato o per consegnarle alla Bce. Anche questo, però, è un’opportunità che deve nascere. E che, per ora, resta nel mondo dei sogni.
È invece in crescita lo sforzo in Italia dei fondi di private equity, il cui compito è di acquisire aziende iniettando capitale. Secondo i dati di Aifi, nel primo semestre 2013 (ultimi dati disponibili) questi fondi hanno investito in 144 aziende italiane, iniettando 1,4 miliardi di capitale: numeri piccoli, certo, ma in crescita. Insomma: in Italia di canali alternativi a quello bancario, per reperire credito o capitale, ne esistono. Ne stanno nascendo. Ma per farli funzionare davvero, servirà tempo. Purtroppo, è proprio quello che ci manca.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Cinque nomi nuovi, a partire da Andrea Orcel, cinque conferme (più Pier Carlo Padoan, cooptato da p...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Francesco Gaetano Caltagirone segue le orme di Leonardo Del Vecchio e, dopo anni passati ad arrotond...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Zero profitto, zero dividendo: così la Bundesbank ha chiuso il bilancio 2020, un bilancio pandemico...

Oggi sulla stampa