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Mini-sconto per pochi nel settore privato

di Gianni Trovati

Un correttivo per pochi. Nella sua ultima versione, il mini-sconto sui nuovi requisiti previdenziali per i dipendenti del settore privato nati nel 1950-52 imbarca un'altra condizione: per poter andare «in via eccezionale» in pensione a 64 anni, i lavoratori maschi dovranno raggiungere entro fine 2012 la «quota 96» (somma di età anagrafica, minimo 60 anni, e anzianità contributiva) che nel sistema precedente al decreto «salva-Italia» apriva la porta al pensionamento di anzianità; per le donne, invece, sarà sufficiente avere 60 anni e almeno 20 di contributi, sempre entro la fine dell'anno prossimo. Con l'annuncio della fiducia ufficializzato ieri, anche il pacchetto previdenziale assume quindi la propria veste definitiva e, vista la profondità delle modifiche, un po' d'ordine aiuta anche a capire la portata del correttivo.
I parametri
Il punto centrale della riforma è l'addio al sistema delle «quote», valido solo per chi raggiunge i requisiti entro la fine del 2011 e, di conseguenza, evita l'impatto con le novità. Il cambio di sistema, insieme all'innalzamento a 66 anni (secco per gli uomini, progressivo per le donne del settore privato) dell'età per la pensione di vecchiaia, crea una serie di «scaloni», soprattutto per le lavoratrici, che vedono allungarsi di più anni rispetto ai programmi il traguardo della pensione.
Il correttivo
La «classe 1952», che pur non subendo gli scaloni più alti era la più vicina alla vecchia soglia di pensionamento, è diventata il simbolo dei cambi di programma imposti dalla riforma; a lei, di conseguenza, è stato riservato l'ultimo ritocco, ma solo nel caso di lavoratori dipendenti del settore privato. Niente deroghe alle regole generali per gli autonomi o per i dipendenti del settore pubblico (nel cui caso, peraltro, lo scalone di vecchiaia per le lavoratrici era già stato imposto dalle norme attuative delle richieste Ue). Il correttivo apre una strada per la pensione a 64 anni ai dipendenti del settore privato, ad alcune condizioni: gli uomini dovranno aver maturato entro fine 2012 almeno 35 anni di contributi e un'età sufficiente a raggiungere «quota 96», le donne dovranno aver compiuto entro lo stesso termine il 60esimo anno di età e il 20esimo di anzianità contributiva.
Le conseguenze sugli uomini
La platea destinata a sfruttare questa opportunità non è particolarmente ampia. Nel caso dei dipendenti maschi, la novità interessa in pratica i nati nel 1950 che hanno iniziato a lavorare a 26 o 27 anni, e i nati nel 1951 che hanno debuttato a 25 o 26 anni (sempre a patto, ovviamente, di avere una storia contributiva regolare). A questa platea, la deroga offre due anni di sconto, permettendo il pensionamento a 64 anni anziché a 66 come nel regime normale. I nati in queste classi che hanno iniziato a lavorare prima hanno invece già ottenuto i requisiti per il pensionamento, chi ha iniziato dopo viene invece escluso perché non raggiunge la «quota 96» entro il 2012.
Le conseguenze sulle donne
Per le lavoratrici, invece, la questione riguarda solo una parte delle nate nel 1952. Nel loro caso, infatti, l'età di vecchiaia sale progressivamente, e si attesta a 62 anni nel 2012, 63 anni e 6 mesi da 2014, a 65 anni dal 2016 e a 66 dal 2018. Di conseguenza, le nate nel 1952 che festeggiano il compleanno tra gennaio e giugno possono ottenere la pensione di vecchiaia nel 2015, a 63 anni e 6 mesi (se hanno iniziato a lavorare regolarmente entro i 21 anni possono uscire a 62 anni, con 41 anni e 1-3 mesi di contributi), e non ottengono alcun beneficio dal correttivo. Il ritocco, quindi, riguarda solo le nate dal 1° luglio in poi, e grazie alla mini-deroga ottengono lo sconto di un anno, potendo andare in pensione nel 2015 anziché nel 2016.
Gli altri scaloni
Rimangono inalterati gli altri scaloni, a partire da quello di sei anni in cui si devono arrampicare le lavoratrici nate nel 1955, che non riescono a imboccare la strada del pensionamento anticipato perché hanno iniziato a lavorare dopo i 26 anni. Per loro, rispetto alla normativa precedente, la differenza arriva a sfiorare i sei anni, perché l'aumento dell'età di vecchiaia le costringe anche a fare i conti con cinque adeguamenti automatici correlati alla dinamica della speranza di vita (le tappe sono state trasformate da triennali a biennali proprio dalla riforma). Per le classi successive, le differenze cominciano a smussarsi perché già le manovre estive avevano introdotto una serie di scalini chiamati ad alzare l'età di vecchiaia entro il 2026.

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