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Mini-perdite su crediti, il nodo dei sei mesi

Le nuove regole per le perdite su crediti sono in vigore da qualche mese, ma restano ancora da chiarire almeno cinque aspetti operativi per poter applicare le norme del Dl 83 e dalla legge di conversione 134/2012.
L’articolo 101, comma 5, del Tuir stabilisce che le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi «certi e precisi» e in ogni caso se il debitore è sottoposto a procedure concorsuali. Il Dl 83 ha introdotto nuove ipotesi in presenza delle quali gli elementi certi e precisi esistono per presunzione di legge:
equando il credito è di modesta entità ed è scaduto da sei mesi;
rquando il diritto alla riscossione è prescritto;
tlimitatamente ai soggetti Ias in caso di cancellazione dei crediti dal bilancio a seguito di eventi estintivi.
Per i crediti di modesta entità e nuove disposizioni traggono probabilmente origine da precedenti pronunce di prassi (Rm 124/1976) che ne ammettevano la deducibilità a prescindere da altri elementi, in base a un giudizio di antieconomicità dell’azione di recupero. Tale principio è ora declinato nella nuova versione dell’articolo 101, comma 5, del Tuir che quantifica la modesta entità in un importo non superiore a 5mila euro per le grandi imprese (fatturato sopra i 150 milioni) e a 2.500 euro per le altre.
Un primo dubbio riguarda l’individuazione dell’esercizio di competenza fiscale per le perdite sui «minicrediti». Il decorso dei sei mesi dovrebbe rappresentare il momento a partire dal quale l’impresa creditrice, imputando la perdita a conto economico, ne ottiene la deduzione. Tuttavia se si dovesse dar seguito a un rigido orientamento della Cassazione secondo cui – nel caso di assoggettamento del debitore a procedure concorsuali – le perdite su crediti sono deducibili esclusivamente nell’esercizio in cui la procedura concorsuale viene avviata (con la sentenza dichiarativa di fallimento Cassazione, 22135/2010), per i crediti di modesta entità tale momento coinciderebbe con il decorso dei sei mesi. Secondo questa tesi, in assenza di passaggio a perdita nell’esercizio in cui cadono i sei mesi, si perderebbe la competenza fiscale della perdita, cosicché la stessa potrebbe essere dedotta successivamente solo in presenza di altri elementi di certezza (procedure concorsuali, prescrizione, eccetera)
Tale principio, più volte contestato in dottrina (si veda, Aidc norma n. 172/2008), meriterebbe oggi un ripensamento da parte dell’amministrazione finanziaria o del legislatore, tanto più che il Ddl delega per la riforma fiscale prevede «l’introduzione di criteri chiari e coerenti con la disciplina di redazione del bilancio, in particolare per determinare il momento del realizzo delle perdite su crediti».
È bene ricordare che le perdite su crediti di modesto importo (così come quelle verso debitori in procedura) attengono pur sempre a fattispecie «valutative» che devono necessariamente acquistare una competenza civilistica prima che fiscale; la norma fiscale, pur introducendo una presunzione assoluta di certezza della perdita, non può che rinviare l’effettiva determinazione temporale e quantitativa a un’analisi che gli amministratori devono effettuare caso per caso, in base agli elementi a loro disposizione. Così il decorso dei sei mesi rappresenterà solo il dies a quo per rilevare la perdita in bilancio e ottenerne la deduzione. Diversamente si costringerebbe l’organo amministrativo a «inquinare» il bilancio, per garantirsi la deduzione fiscale, rilevando perdite su crediti che, secondo il suo prudente apprezzamento, tali non sono.
Altro tema è la verifica del limite quantitativo, nelle ipotesi in cui l’impresa vanti nei confronti di un medesimo debitore una pluralità di crediti. Qui il dato letterale della disposizione, che fa riferimento al credito e non al debitore lascerebbe pensare che il limite vada riferito al valore nominale del singolo credito (singola fattura), al lordo di rettifiche: sia perché sono le singole prestazioni a far sorgere i singoli crediti (seppur nei confronti di un unico debitore) sia perché è solo il singolo credito a possedere una propria e autonoma scadenza da cui far decorrere i sei mesi.
Quanto infine alle perdite su crediti prescritti, la questione relativa all’esercizio di competenza dovrebbe risolversi, questa volta sì, nella obbligatoria imputazione nell’esercizio in cui si verifica la prescrizione. Rimane tuttavia qualche dubbio circa l’automatismo. Occorre chiedersi infatti se, almeno per i crediti di importo rilevante, oltre alla certezza (la cui sussistenza in tal caso si presume) sia richiesto un più generale requisito di «economicità», se si considera che il credito si prescrive per inerzia del creditore.

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