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I mini lockdown vanno risarciti

Giuseppe Conte chiede nuovamente pieni poteri per sé, prorogando lo stato di emergenza sicuramente fino alla fine di quest’anno, ma forse già ora fino ai primi mesi del 2021, e per farci capire che si ricomincia con i suoi dpcm, questa settimana ne vara subito uno. Nuove regole sul Covid, che estendono a tutta Italia decisioni già prese da singoli governatori regionali come l’obbligo di mascherine all’aperto, e inseriscono di fatto dei mini lockdown. Lo è ad esempio quello sul coprifuoco serale con cui verrebbe imposta la chiusura anticipata a tutti i locali (bar, ristoranti, pizzerie, pub ecc…) non si sa ancora se alle 22 o alle 23, e una serie di altre limitazioni alla possibilità di incontri o appuntamenti pubblici allo scopo di evitare assembramenti. Tutte decisioni discutibili che ovviamente in un paese libero verranno discusse.

Ma se il governo ha in mano numeri e simulazioni che ipotizzano una esplosione non controllata del virus e un sistema sanitario in tilt, può ben difendere la sua precauzione a patto di essere trasparente e chiaro come non lo fu all’inizio della pandemia. La storia di questi giorni direbbe l’esatto opposto, e basta pensare a quel che sta accadendo sul calcio: una settimana fa, mezzo governo voleva riaprire gli stadi al pubblico per oltre la metà della capienza, ieri si sosteneva invece che una singola Asl per uno o due casi di giocatori contagiati poteva mandare a ramengo tutta la serie A.

Sembrano abbastanza confusi, e questo è davvero il rischio più grande. Ma una cosa bisogna dirla con chiarezza a Conte e ai suoi ministri: se ritengono davvero di chiudere qua e là attività economiche per ragioni sanitarie, facendolo con la mano sinistra come sta avvenendo, nella destra portino il salvadanaio necessario a riparare i danni economici che hanno intenzione di provocare. Una cosa bisogna imporre al governo: via i dpcm, facciano per decreto legge le chiusure che ritengono necessarie, inserendo in quel testo anche le norme di risarcimento dei danni che inevitabilmente si provocano al sistema produttivo. Perché il governo deve portare la responsabilità di quello che decide.

Questo punto è essenziale, perché l’impressione sgradevole che si sta ricavando da queste decisioni è proprio quella di fare pezzettini di lockdown solo per evitare di dovere risarcire. In fondo se metto la chiusura alle 22 i locali possono restare aperti, e quindi fatturano: non è un problema mio. Li chiudessi tutto il giorno, capirei. Ma solo qualche ora per ragioni di salute pubblica, perché dovrei aprire il portafoglio? Ovviamente molti di quegli esercizi che vivevano solo da una certa ora in poi chiuderanno perché con quegli orari non hanno clientela possibile. E gli altri perderanno per l’ennesima volta in questi mesi altro fatturato, già così difficile da mettere insieme: con quegli orari sarà impossibile fare due turni di clientela nei ristoranti.

Stesso problema ci sarebbe con altri provvedimenti simili su altri settori produttivi. E bisogna trovare almeno un piccolo ombrello finanziario per fare affrontare loro la tempesta e sopravvivere ancora una volta, perché davvero rischiano tutti di fallire. Ma Conte e i suoi ministri sembrano essere lontani anni luce da questa necessità: gli unici soldi di cui parlano sono quelli che esistono solo nelle fiabe, come i mitici 209 miliardi di euro del Recovery Fund. Non esistono, non esisteranno almeno ancora per un anno, non sappiamo se mai arriveranno dopo quella attesa e in ogni caso saranno spalmati su più anni con cifre tutt’altro che da sogno ogni anno. Se l’urgenza è immediata, non si può fare il minimo conto su quelle somme.

E bisogna trovarne altre, cosa di cui il governo non sembra affatto cosciente. Purtroppo invece la situazione finanziaria delle imprese e dei lavoratori italiani sta tornando nuovamente drammatica e il governo sembra non essersene nemmeno accorto. Faccio un esempio molto concreto: ricordate il «poderoso intervento» sul sistema bancario per dare 400 miliardi di euro di finanziamenti con garanzia pubblica a seconda dei casi totale o significativa? Partì malissimo, ma poi sembrava avesse ingranato. Alla data del 2 ottobre erano stati richiesti (non erogati) prestiti per 87,5 miliardi, e di questi 18 miliardi erano operazioni inferiori ai 30 mila euro con garanzia totale dello Stato. Ma nell’ultimo mese quelle richieste sono fortemente rallentate: da maggio ad agosto ogni giorno arrivavano domande dalle pmi per 114 milioni di euro, da agosto ad oggi per 37 milioni di euro.

Meno domande perché le imprese stanno meglio? No. Meno domande perché le banche hanno tirato un robusto freno su quei prestiti. Perché hanno bisogno di dare un’occhiata ai propri bilanci dopo l’ennesima stretta sui crediti difficili imposta nel momento più sbagliato possibile dall’Eba, l’autorità bancaria europea, che impone agli istituti di svalutare anche i crediti di difficile realizzo (unlikely to pay) oltre a quelli deteriorati. Quindi le banche stanno riesaminando la situazione debitoria delle imprese che chiedono quei nuovi prestiti garantiti dallo Stato perché la moratoria concessa a inizio pandemia dal governo sta per scadere (come quella sulle cartelle fiscali che ora pioveranno sulla testa di imprese e persone fisiche). Se si blocca il rubinetto delle banche, le imprese saltano una dopo l’altra e rischiamo la catastrofe. Forse sarebbe il caso di mettere testa a questo, invece di baloccarsi con dichiarazioni dio fantasia sull’utilizzo di quel Recovery Fund che non c’è e a lungo non ci sarà.

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