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Mini assegni e anticipi impossibili La previdenza nemica delle donne

Le donne sono maratonete, quando si parla di pensioni. Inseguono Quote, Ape, Salvaguardie, ma quasi mai riescono ad agganciarle. E quando lo fanno – è il caso di Opzione donna – con penalizzazioni che nessun altro in Italia sperimenta. E questo perché deroghe e scivoli pensati negli ultimi dieci anni, dopo la riforma Fornero, sono calibrati soprattutto su carriere lunghe, continue, ben remunerate. In una parola: disegnate per gli uomini. L’esatto opposto di quanto avviene a una donna nel nostro Paese, tanto più se anche madre. Ecco perché l’uscita dal lavoro per una lavoratrice è una maratona che termina sempre e solo in un modo: l’età di vecchiaia, oggi fissata a 67 anni, quando bastano 20 anni di contributi per ritirarsi, ma che nel futuro si allungherà poiché legata alla speranza di vita.La via maestra della vecchiaiaVero è che nel passato le donne italiane hanno beneficiato di sconti rispetto agli uomini. E c’erano anche le baby pensioni (eliminate dalla riforma Dini del 1995) – per tutti, non solo le donne – che permettevano ai lavoratori pubblici di salutare tutti dopo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi da quarantenni pensionati. Ma da allora, il discorso si è ribaltato. Fino all’ultimo decennio. Un dato su tutti: prima del 2012 due terzi dei pensionati di vecchiaia era donna, con la riforma Fornero la curva si è invertita con due terzi uomini a uscire con l’età. Il divario di genere si è chiuso solo nel 2020, quando le donne sono tornate ad andare in pensione di vecchiaia (+70% sul 2019). Per loro la legge Fornero non si è mai eclissata. Anzi, si è tradotta in un improvviso maxi scalone di 7 anni. L’ultimo Rendiconto Inps dice che il peso della riforma-Fornero del 2011 per sanare i conti pubblici si è scaricato soprattutto sulle donne: in 400 mila intrappolate nello scalone, con un risparmio per lo Stato di 8,9 miliardi.Opzione donnaLa riforma Fornero ha di fatto aperto un decennio di vie di fuga dall’inasprimento improvviso dei requisiti. Nessuna però mai tarata davvero sulle donne. In principio ci furono gli esodati e le esodate: lavoratori vicini alla quiescenza, all’improvviso senza pensione e senza neanche uno stipendio. Nove salvaguardie hanno salvato più di qualcuno/a. Ma molte donne si sono trovate ancora a rincorrere. Si è rispolverata allora Opzione donna, istituita dalla legge Sacconi nel 2004 e per anni ignorata perché l’età della vecchiaia all’epoca era 60 anni e conveniva aspettare anziché uscire a 57. Dal 2012 è sembrata l’unica scialuppa di salvataggio, quel pensionamento a 58-59 anni con 35 di contributi. Ma ecco l’inghippo: il ricalcolo tutto col contributivo della pensione. In dieci anni – dal 2012 al primo ottobre 2021 – 144.544 donne sono andate in pensione con un taglio dell’assegno del 33% (dice Inps) e un importo medio di 1.056 euro. Rinnovarla, come sembra voler fare anche questo governo, è di fatto a costo zero: lo Stato anticipa solo le somme che ogni donna ha accumulato e ricalcolato, pagando una penalizzazione altissima.Ape e Quota 100Quando poi è arrivata l’Ape sociale con la legge di bilancio 2017 le donne hanno sperato. Prometteva bene l’idea dello sconto contributivo per le madri, fino a due anni per massimo due figli. Però poi l’uscita a 63 anni è stata ancorata a 30 o 36 di contributi (per le mansioni gravose) e qui ancora le donne hanno fatto fatica perché, non avendo una carriera lunga e continua, non arrivano ad accumulare così tanti contributi. Tra l’altro non molti mestieri gravosi sono a prevalenza femminile: ci sono le infermiere e le ostetriche, le maestre della scuola di infanzia e le educatrici degli asili nido, le assistenti dei non autosufficienti, poi è tutto un proliferare di camionisti, conduttori di gru, siderurgici. Vedremo se la nuova Super Ape Sociale allargata ad altre mansioni gravose sarà più inclusiva. Ed ecco il risultato: sin qui la vecchia Ape ha beneficiato solo 26.233 donne contro 42.291 uomini, 38% contro 62%. Sempre meglio di Quota 100, dove il rapporto è di 31% contro 69%: gli ultimi dati aggiornati ad ottobre dell’Inps parlano di 113.614 quotiste (per il 60% nel settore pubblico) contro 250.703 quotisti, nei quasi tre anni di sperimentazione della misura che termina il prossimo 31 dicembre. Quota 100 consente di uscire a 62 anni, ma con 38 di contributi: peggio dell’Ape sociale. Non meraviglia quindi che escluda ancora una volta le donne.La differenza negli assegniLa differenza di genere conclamata nelle buste paga si riflette poi tal quale nelle pensioni. Ecco quindi l’ultimo ostacolo nella maratona previdenziale delle donne: escono tardi e con mini assegni. Nel 2020 la pensione di vecchiaia in media valeva 740 euro lordi al mese per le donne contro 1.079 degli uomini. Nel settore privato anche peggio: 737 contro 1.439 euro, la metà. E questo è l’altro vulnus da sanare.

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