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Mina deregulation sulle nomine Fed

L’improvvisa accresciuta incertezza sul futuro del vertice della Federal Reserve minaccia di fare una prima vittima: l’impegno e la chiarezza sulle riforme per garantire la solidità della finanza, già invise a Donald Trump e indebolite dalla sua amministrazione. L’uscita di scena anticipata del vicepresidente della Banca centrale Stanley Fischer non toglie solo un prezioso alleato a Janet Yellen; zittisce anche la voce forse più convinta ed esperta nella difesa della regulation statunitense e della cooperazione internazionale su standard bancari – anzitutto con l’Europa – nell’era post-crisi. Questo mentre il Presidente getta nello scompiglio la successione stessa a Yellen, il cui mandato scade a febbraio: Trump ha moltiplicato le incognite sul futuro di un’istituzione la cui credibilità ed efficacia è legata a doppio filo a stabilità e indipendenza sconfessando il suo “favorito” della prima ora, il consigliere economico della Casa Bianca Gary Cohn. Si è reso colpevole di slealtà politica per aver dichiarato all’indomani delle violenze a Charlottesville che Trump avrebbe «potuto e dovuto» fare di più per condannare suprematisti bianchi e neonazisti.
Cohn, certo, è un allievo di Goldman Sachs e come tale favorevole a alleggerimenti delle regole per Wall Street. Ma è anche considerato un pragmatico veterano. La corsa per la prossima chairperson della Banca centrale potrebbe in realtà tuttora portare a una riconferma di Yellen, di un leader cioè che si è speso a fondo per strette nei controlli sui colossi della finanza, dai requisiti di capitale ai limiti su pratiche rischiose quali il trading proprietario, invitando al più a “modesti” ritocchi. Una difesa in evidenza al Simposio della Fed di Jackson Hole di fine agosto, dove lei e Mario Draghi hanno tenuto discorsi paralleli e accorati sulle lezioni della crisi e l’importanza di normative per evitare ricadute. Ma al momento, a Washington, regnano anzitutto gli interrogativi: gli altri nomi in lizza per la guida dalla Fed appaiono conservatori convinti o executive del settore spesso destinati a spingere o lasciar correre nuovi ammorbidimenti, da John Taylor, più preoccupato di stabilire regole di politica monetaria, al finanziere ed ex esponente Fed Kevin Warsh, dall’attuale governatore Jerome Powell all’ex ad della banca BT&T John Allison. Più cauta sarebbe forse la scelta di Larry Lindsey, economista repubblicano pro-sgravi fiscali ma in passato attento agli eccessi di Wall Street.
Trump, nonostante la retorica elettorale populista, ha già avviato la discesa verso la deregulation con ordini esecutivi e proposte. Al cospetto di tre seggi da tempo vacanti al vertice Fed, la sua prima nomina ha prelevato Randal Quarles dal private equity per la poltrona di responsabile della supervisione bancaria. Adesso potrà rimpiazzare senza indugi – il normale mandato di Fischer sarebbe terminato il prossimo giugno – anche il numero due della Fed. Candidati pro-deregolamentazione sono ormai arrivati ad altre authority, dalla Sec alla Fdic. E dal Tesoro è stato presentato in estate un vasto progetto-quadro di 150 pagine di drastica revisione dell’intera riforma Dodd Frank, che smantellerebbe o eroderebbe numerosi pilastri dagli stress test ai requisiti di capitale, dal proprietary trading al neonato Ufficio per la protezione finanziaria dei consumatori.

Marco Valsania

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