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Milano teme i Paesi dell’Est, ma la partita è ancora aperta

Peseranno più il merito – cioè gli spazi adeguati, la sede pronta, la qualità di vita per funzionari e famiglie – o la politica, intesa come l’opportunità di tendere una mano ai nuovi “soci” di un’Europa sbilanciata (a Ovest) e in fibrillazione (a Est)?
La partita per l’Ema – cioè il trasloco da Londra ad altra sede dell’Agenzia europea per il farmaco – non è ufficialmente ancora iniziata (le candidature dovranno arrivare entro il 31 luglio). Ma la ridda di indiscrezioni e voci sulla possibile prevalenza di una scelta politica (assegnare un’agenzia all’area, quella dei Paesi dell’Est, che non ne ha nessuna) mira a rendere più torbida l’aria.
La Commissione, infatti, si è data 5 criteri tecnici da tenere in considerazione per scegliere le future sedi: la disponibilità di spazi adeguati (inclusi i servizi di telecomunicazioni e di stoccaggio all’altezza); l’accessibilità delle location e la capacità di accoglienza, visto che tra visitatori, funzionari e convegni l’Ema crea un indotto di 30 mila notti in albergo. Non da meno, la presenza di strutture educative per i figli dei funzionari e di un sistema di protezione sociale e di assistenza medica di livello per le loro famiglie. Su tutto, poi, dovrebbe prevalere la garanzia di dare continuità all’attività riducendo lo stop dell’attività al tempo di un trasloco. È vero poi che si prevede di dare precedenza alle candidature di Paesi che ancora non ospitano agenzie, e l’Italia già è sede a Parma di quella alimentare, anche se il Trattato lo prevede per quelle di nuova costituzione (qui si tratterebbe di un mero trasferimento).
Tuttavia, il rischio che si voglia tendere una mano ai Paesi dell’Est per ricostruire una cooperazione magari su altri dossier (dal rispetto delle norme comunitarie all’immigrazione) non è escluso.
Su questo le istituzioni milanesi non si sbilanciano. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha ribadito quanto già detto nelle settimane passate, e cioè che la partita è sicuramente difficile ma che il capoluogo lombardo ha tutte le carte per vincere. «Sono un’ottimista, spero che ce la faremo, ma non nascondo le difficoltà», ha detto qualche giorno fa il primo cittadino. Anche il primo ministro Paolo Gentiloni ha recentemente dato ancora il suo sostegno alla candidatura milanese, e questo ha rincuorato i vertici di Palazzo Marino.
Del resto, fanno notare a Milano, le voci che si rincorrono sono molte e di segno opposto: fino a pochi giorni fa si parlava di Lille, una città che probabilmente potrebbe non presentare neppure la candidatura; o di Copenaghen, che invece dovrebbe avere poche chance essendo già sede di due importanti multinazionali del settore farmaceutico e che per questo sarebbe in conflitto di interessi; oggi le indiscrezioni suggeriscono Bratislava. Quindi meglio aspettare l’esito della valutazione di Bruxelles, il prossimo autunno.
Dalla Regione Lombardia, che nella candidatura di Milano si spende mettendo a disposizione direttamente la sede del consiglio regionale, il grattacielo Pirelli, non arriva oggi nessun commento ufficiale sul braccio di ferro Est-Ovest, che penalizzerebbe Milano. Preferiscono aspettare i dossier di candidatura definitivi.
La sensazione non è tanto che Milano non abbia realizzato un dossier degno di vincere. Se paragonato a quello di alcune città dell’Est, come Bratislava, la differenza è molto evidente e Milano ha sicuramente più carte da giocarsi. Il timore è che il paese non abbia la forza politica per farsi valere in Europa.
Preferisce non commentare Farmindustria, che conferma però la sua massima fiducia nel lavoro del Governo italiano. Pochi giorni fa il presidente Massimo Scaccabarozzi aveva sottolineato come quella di Milano sia una candidatura «oggettivamente forte perché garantisce la piena continuità operativa di una struttura, quella di Ema, che, se stesse ferma un mese, rallenterebbe l’approvazione di farmaci e di un’attività di cui i primi a fare le spese sarebbero solo i cittadini europei».

Laura Cavestri
Sara Monaci

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