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Milano incompresa d’Europa: mai così a sconto dal 2012

Per buona parte dell’anno Piazza Affari ha fatto meglio delle altre Borse europee. Ai primi di maggio il Ftse Mib poteva addirittura vantare un rialzo da inizio anno superiore al 12% a fronte di un andamento quasi invariato dell’indice europeo. Poi però è arrivata l’impennata sullo spread e la Borsa italiana ha bruciato in poche sedute tutto il vantaggio accumulato. Il settore bancario, storicamente preponderante a Piazza Affari, ha pesato sulla performance dell’indice. Il settore ha perso il 18% a metà maggio in coincidenza con l’impennata dello spread perché la svalutazione dei titoli di Stato va a incidere sul loro capitale (ci sono circa 363 miliardi di euro di BoT e BTp nei bilanci degli istituti di credito).
D’altronde, l’incognita politica resta una zavorra che scoraggia i grandi investitori dal prendere posizione sul listino milanese. Dall’ultimo sondaggio BofA Merrill Lynch tra i gestori è emerso che il 35% dei partecipanti ha dichiarato di voler ridurre la sua esposizione sull’azionario Italia. Fino ad aprile la piazza meno gettonata era Londra per via della Brexit. Ora Milano ha guadagnato questo poco onorevole primato. E dire che la Borsa di Milano avrebbe tutte le carte in regola per fare meglio rispetto al resto d’Europa. Perché i profitti sono in netta ripresa. Il monte utili a fine 2017 ha superato i 42 miliardi riportandosi sui livelli pre-crisi e le previsioni per l’anno in corso sono positive. Non solo, come fanno notare gli analisti di Capital Economics, la Borsa italiana sarebbe anche meglio attrezzata di altre a fare i conti con la minaccia numero uno sui mercati: la guerra commerciale. Se è vero che l’economia italiana rischia di pagare le conseguenze di un rallentamento europeo legato ai dazi è anche vero che, per quanto riguarda le società quotate, l’impatto diretto dovrebbe essere meno pesante rispetto a quanto potrebbe essere per i i big quotati a Parigi e Francoforte perché, ad oggi, solo il 10% dei ricavi delle società del Ftse Mib sono generati negli Usa contro un 20% medio di quelle che fanno parte del listino tedesco Dax 30.
Se si escludono alcuni titoli in media la Borsa italiana ha sempre trattato a sconto rispetto al resto del mercato europeo. Uno sconto che si è ampliato di molto in occasione della recente ondata di vendite che ha colpito Borsa e titoli di Stato. Utilizzando la banca dati S&P Market Intelligence Il Sole 24 Ore ha elaborato un indice che misura questo sconto mettendo a confronto il multiplo prezzo/utili attesi del Ftse Mib con quello dell’indice S&P Europe 350 che ci dice che, ad oggi, l’indice delle blue chip milanesi tratta in media a uno sconto del 23% rispetto all’analogo paniere europeo. È il peggior dato da luglio 2012 quando ancora l’Italia era alle prese con la speculazione sul debito. Il risultato è lo stesso se si tiene fuori dal calcolo il comparto finanziario, più esposto alle oscillazioni dello spread, e storicamente più svalutato nel confronto con i concorrenti europei. Le valutazioni dei titoli non finanziari del listino milanese risultano ad oggi a sconto del 13% rispetto al paniere europeo (finanza esclusa). Nell’ultimo quinquennio hanno trattato a un premio del 3% rispetto all’analogo indice europeo. Se si confrontano i prezzi delle azioni dell’indice Ftse Mib con il prezzo obiettivo fissato dagli analisti emerge che, ad oggi, le blue chip avrebbero un potenziale di rialzo del 17 per cento. Molto più alto della media europea che si attesta intorno al 10 per cento.

Andrea Franceschi

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