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Milano e Madrid in rialzo, giù lo spread

L’investitore che fosse improvvisamente tornato sulla Terra dopo mesi di assenza si sarebbe fatto un’idea piuttosto particolare dell’andamento dei mercati finanziari. A guardare la seduta di ieri si sarebbe detto infatti che la Borsa italiana (+1,19% il Ftse Mib) e quella spagnola (+2,88%) godano di ottima salute, soprattutto nei confronti dei listini di Francoforte (-1,19%) e di New York, rimasta al palo (+0,01% S&P e +0,41% Nasdaq). Lo stesso ragionamento si sarebbe potuto estendere ai titoli di Stato decennali di Roma e Madrid, che hanno ridotto rispettivamente a 446 e 520 punti base la distanza nei confronti del Bund tedesco. E perfino l’euro sembrava ieri di nuovo una valuta forte, capace di recuperare una «figura» nei confronti del dollaro Usa per assestarsi attorno quota 1,25.

La realtà resta ovviamente quella che tutti abbiamo imparato a conoscere da almeno un anno a questa parte e la giornata di ieri, fra le sale operative, è trascorsa cercando di dare una spiegazione plausibile per questa inattesa rivoluzione copernicana. I gestori che tendono a guardare con maggior considerazione le dinamiche macroeconomiche indicano nella frenata della Cina (rafforzata dagli indicatori deboli sul settore manifatturiero della vigilia) e in quella degli Stati Uniti (deludenti ieri i dati sugli ordini alle imprese di aprile e l’indice Ism dell’area di New York) due validi motivi per i quali il mercato debba penalizzare la Germania grande esportatrice di beni e servizi in quelle aree.

Dare una risposta al perché gli investitori si siano resi conto della vulnerabilità di Berlino soltanto nelle ultime due sedute (venerdì il Dax era sceso di oltre il 3%) resta però più complicato. Proprio per questo ieri erano in molti a cercare altrove la spiegazione dei movimenti «contrarian» dei listini: i fautori del complotto, per esempio, non hanno potuto fare a meno di notare che il recupero di Milano e di Madrid a scapito di Francoforte sia avvenuto nel primo dei due giorni di chiusura per festività della piazza londinese. Un altro modo per dire che ieri i presunti «speculatori» di matrice britannica erano lontani dal mercato e che i Paesi periferici non correvano il rischio di finire sotto il tiro dei ribassisti.

C’è inoltre chi riconduce l’andamento divergente alla crescente attesa per gli eventi delle giornate successive. Se dagli appuntamenti di assoluto rilievo in programma oggi (la teleconferenza dei ministri finanziari e dei banchieri del G7, dove si dibatterà anche la questione spagnola) e domani (la riunione della Banca centrale europea, con la decisione sui tassi) o dai quotidiani colloqui che vedono come protagonisti i leader europei dovessero scaturire novità rilevanti sulla politica monetaria, sul futuro della Grecia o delle banche iberiche o sui meccanismi di salvataggio, l’inerzia del mercato potrebbe improvvisamente mutare. Per questo, chi negli ultimi mesi ha eccessivamente penalizzato i «periferici» e l’euro per cercare riparo verso i rifugi di sempre (Bund, Treasury e dollaro) starebbe facendo precipitosamente marcia indietro in queste ultime ore scatenando le più classiche ricoperture sulle azioni italiane e spagnole (partendo ovviamente dal maltrattato settore finanziario) e sui titoli di Stato dei due Paesi.

Per capire se a generare il rimbalzo sia stata soltanto l’attesa di novità e di soluzioni che tardano ad arrivare per la crisi europea non si dovrà attendere poi a lungo. Domani, con il ritorno sul mercato degli investitori britannici da una parte e con la decisione Bce seguita dalla conferenza stampa di Mario Draghi dall’altra, poi giovedì con le aste a medio-lungo termine dei titoli di Stato spagnoli si potrà capire se quella di ieri sia stata soltanto una semplice tregua.

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