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Milano cade con gli industriali

di Luca Davi

In un quadro di generale arretramento di tutti i listini mondiali, Milano non fa eccezione. La borsa milanese chiude infatti la seduta in ribasso del 4,52% mentre le piazze europee arretrano in maniera quasi identica: Londra cede il 4,67%, Francoforte il 4,96%, Parigi il 5,25%.

È un vero "bagno di sangue" (15 miliardi di euro il calo di capitalizzazione dell'All Share) che si distingue dai pesanti tracolli estivi solo per i minori volumi trattati: ieri sul listino sono state scambiate azioni per un controvalore complessivo di 2,7 miliardi di euro contro i 2 di mercoledì e i 4 circa toccati nelle giornate di sell-off dello scorso agosto. Non poco, comunque, a conferma di un alleggerimento dei portafogli anche da parte di una porzione del pubblico retail. Ad abbattere i listini, ieri come allora, sono ancora una volta i timori di un rallentamento economico su scala globale e la sfiducia nelle iniziative di stimolo all'economia approntate dai governi mondiali. Il mercato ha giudicato sostanzialmente inefficace la mossa della Fed, che si è limitata, come atteso da tempo dagli osservatori, a mettere in campo solo l'operazione "Twist", che ha l'obiettivo di allungare la scadenza media dei titoli di Stato in portafoglio, mediante l'acquisto di 400 miliardi di dollari di titoli di debito a lungo termine e la vendita di altrettanti titoli a breve. Troppo poco, insomma. Soprattutto per un mercato azionario che da tempo è in attesa del terzo atto del quantitative easing.

Ecco perchè è scattato un massiccio deleveraging, ovvero un disinvestimento degli investitori da tutti gli asset con l'obiettivo di fare cassa. E tuttavia, per quanto i ribassi a Milano siano stati generalizzati, a pagare il dazio maggiore sono stati alcuni settori in particolare, ovvero industriali ed energetici, i più esposti alle ricadute di una eventuale recessione dell'economia. Il crollo del prezzo del petrolio (-6,41% il Wti a New York, sotto gli 80 dollari) è del resto la migliore spia dei timori di una nuova recessione che frenerebbe drasticamente i consumi, e quindi la domanda, di greggio. A ruota sono scesi i titoli più direttamente legati al barile come Saipem (-8,22% a 26,78 euro) o Eni (-5,28% a 12,2 euro). Ma male sono andati anche gli altri titoli le cui performance si muovono sulla scia delle altre materie prime, ieri in caduta libera. Tra queste la siderurgica Tenaris (-8,87% a 9,55 euro), il colosso degli pneumatici Pirelli (-8,27% a 5,1 euro) e Gas Plus (-9,19%).

La paura dell'Orso ha tagliato le gambe tuttavia anche alle quotazioni dei gruppi più tradizionalmente legati ai cicli industriali. Ne è una dimostrazione il cedimento del gruppo di progettazione Maire Tecnimont (-8,95%) o del gigante dei cavi Prysmian (-5,9%, a 10,2 euro). Pesante anche la performance dell'automotive: Fiat ha perso il 4,5%, Fiat Industrial il 5,7%, la holding Exor il 6,4%. Fuori dal paniere principale, sono caduti anche Sogefi (-8,3%), Brembo (-7,64%) e Pininfarina (-5,94%). Giù anche Telecom (-5,16% a 0,7445 euro) e Atlantia (-8%).

Qualche pressione in meno, invece, si è registrata sulle banche. Mentre in Europa il comparto ha ceduto il 5,75%, Intesa Sanpaolo ha chiuso in calo dell'1,5%, Mediobanca dello 0,1%, Bpm ha addirittura guadagnato il 4,88%. Il motivo? Con tutta probabilità «chi era "corto" (cioè vendeva, ndr) banche italiane nelle scorse settimane – spiega il gestore di un grande fondo azionario italiano – oggi è costretto a riequilibrare qualche posizione e mette in vendita titoli bancari europei, francesi in primis».

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