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Milano 2014, tracollo della giustizia

di Luigi Ferrarella

MILANO— L’arretrato è più che raddoppiato in appena 3 anni e ormai sfiora i 17.000 processi penali pendenti, l’indice di ricambio è talmente basso che i giudici in un anno riescono a definire soltanto 60 processi ogni 100 nuovi arrivati, le prescrizioni nell’ultimo anno sono aumentate del 50%da 521 a 831, un giudizio di secondo grado (senza detenuti) dura complessivamente in media ormai 23 mesi, con un peggioramento di 4 mesi soltanto nell’ultimo anno, e il 20%dei dibattimenti per bancarotta è fermo in secondo grado addirittura da prima del 2007. Non è più «solo» crisi: a Milano è proprio tracollo in Corte d’Appello, l’ufficio che celebra i processi di secondo grado dell’intero distretto comprendente anche i fascicoli provenienti dai Tribunali di Monza, Pavia, Lodi, Busto Arsizio, Como, Lecco, Varese, Sondrio, Vigevano e Voghera, e il cui presidente (vacante da 8 mesi) non è ancora stato indicato dal Csm. Le Corti d’Appello sono la trincea più avanzata del collasso giudiziario: anche Torino, ufficio diretto da un poco più di anno dall’ex presidente del Tribunale Mario Barbuto, è alle prese con 16.000 processi pendenti, di cui moltissimi ancora da fissare; e a livello italiano si è stimato che occorrerebbe un «fermo biologico» di 32 mesi senza nuovi processi perché le Corti d’Appello possano smaltire l’arretrato. Ma Milano è da allarme rosso perché a questi ritmi — di non assorbimento e anzi di incremento di ulteriore arretrato per l’incapacità di fare uscire verso la Cassazione almeno tutto quello che entra dai vari Tribunali lombardi — una proiezione aritmetica colloca fra pochi anni, intorno al 2014/2015, il momento nel quale di fatto sarà sicura la prescrizione pressoché dell’intera giustizia ordinaria approdata dal distretto, cioè di tutti quei processi che non abbiano detenuti (a corsia prioritaria) o che non siano ripescati per «reati di grave allarme sociale» . Custodita sinora con l’imbarazzato riserbo che ben si comprende se solo se ne leggono le tabelle, l’impietosa fotografia è contenuta nel rapporto che la «Commissione per l’analisi dei flussi e delle pendenze» ha stilato per il Consiglio Giudiziario milanese, una sorta di Csm su scala locale composto da magistrati, avvocati e docenti. Oltre 16.800 processi pendenti, +124%dal gennaio 2008 al maggio 2011, una media annua di definizione dei processi peggiorata nel 2009 e nel 201o rispettivamente del 18%e del 22,5%rispetto alla media degli ultimi 15 anni (contro un +20,5%e +23,6%delle sopravvenienze): la lettura dei numeri non basta a comprendere la matrice del crollo, ma va integrata con altri numeri, quali il ritardo con il quale solo in aprile sono stati finalmente coperti i posti di 19 dei giudici per anni mancati in Appello, o il fatto che il fondamentale lavoro del personale amministrativo sconti una carenza di 52 cancellieri sui 227 previsti dalla pianta organica e di 94 ufficiali giudiziari su 239 teorici. Tuttavia, l’Appello affoga anche per margini di produttività ampiamente migliorabili: non tanto perché si lavori poco, quanto perché sembra che in alcune sezioni si lavori male organizzati. I 9 giudici della seconda sezione, ad esempio, in 6 mesi del 2010 risultano aver formato ben 63 diverse terne giudicanti per 105 udienze, con la conseguenza che faticavano a trovare una data per proseguirle. Tre collegi fissi non sarebbero più razionali? No, ha argomentato la presidente della sezione Clotilde Calia, esprimendo la sua «personale contrarietà alla formazione di «isole giurisprudenziali» con conseguenti ricadute negative sul principio della libera evoluzione culturale che sempre poggia su scambi interpretativi, e sulla opportuna impenetrabilità delle possibili soluzioni da parte degli utenti del servizio-giustizia» . Il rapporto giudica poi poco sensato che «procedimenti complessi, già assegnati a un giudice-relatore e rinviati ad altra data, vengano riassegnati ad un nuovo relatore con semplice cambiamento del nome sul ruolo delle udienze e senza comunicazione di sorta all’originario relatore che aveva già preparato il processo per la prima udienza» . Manca un sistema di «pesatura» dei processi che consenta un equilibrio non casuale dei carichi lavorativi. E siccome dal vetusto sistema informatico «Reca» non si ricava l’entità dei passivi, nemmeno è possibile distinguere le bancarotte con danni di rilevante entità.

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