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Mifid, Ue pronta alla retromarcia: meno vincoli per investire in Pmi

C’è voluta la pandemia Covid-19 a dare uno scossone alle regole introdotte da Mifid2 sulla ricerca finanziaria. Di fronte alla necessità per le piccole imprese quotate di raccogliere risorse sui mercati dei capitali, l’Unione Europea è pronta a fare un passo indietro sulle regole introdotte da Mifid2 e a stabilire che non debba esserci più separazione tra i costi di trading e quelli di ricerca per i titoli sotto un miliardo di capitalizzazione. E in attesa di conoscere meglio i contorni del provvedimento, è ipotizzabile secondo gli addetti al lavoro, che la Commissione auspichi che le nuove regole possano entrare in vigore, a prescindere dalla revisione di Mifid2 a cui sono associate, già all’inizio del 2021.

L’avvio della Mifid2 aveva fin da subito penalizzato sia le case di analisi indipendente sia la ricerca finanziaria soprattutto delle Pmi con l’introduzione del cosiddetto unbundling, in pratica la separazione delle spese sostenute per la ricerca effettuata sugli investimenti da parte dei grandi broker. AssoSim fin da subito era scesa in campo chiedendo un intervento correttivo.

«La disciplina della ricerca finanziaria introdotta dalla MiFid ha portato a una mercificazione della ricerca stessa che si è tradotta nello sviluppo di politiche di pricing a forfait (flat fee) sugli studi relativi agli emittenti inclusi nei principali indici finanziari dei mercati mondiali – sottolina Gianluigi Gullotta, segretario di Assosim -. Tali strutture di pricing hanno messo e mettono a rischio la sostenibilità finanziaria degli uffici di analisi dei broker locali (ai quali è riconducibile la quasi totalità della ricerca sulle Pmi dei mercati periferici) a causa dell’impossibilità, da parte loro, di usufruire delle economie di scala e di scopo di cui godono, invece, le banche globali».

Qual è stato l’effetto? La ricerca finanziaria tende a concentrarsi sulle società a maggiore capitalizzazione, nei cui strumenti finanziari vengono impiegati in via pressoché esclusiva i patrimoni gestiti dagli investitori istituzionali. «Ne deriva uno scarso (se non nullo) incentivo a produrre ricerca su titoli di società di minore dimensione – aggiunge Gullotta – i cui costi, oltre a non essere giustificati per i gestori, non lo sono neanche per i broker, in considerazione degli scarsi volumi di negoziazione su questi generati (inversam1del relativo emittente). A sua volta, la scarsità di informazioni e analisi disponibili sulle Pmi porta il mercato a non apprezzare società con performance economico-finanziarie anche molto positive». Insomma, inutile ricordare il possibile pesante effetto su Piazza Affari. «Siamo molto contenti di questa misura – aggiunge Gugliotta – e dell’eliminazione dell’obbligo di unbundling introdotto dalla MiFid2. Aspettiamo, fiduciosi, di conoscere i dettagli dell’intervento per capire come rendere espliciti i costi all’investitore».

Intanto, qualche giorno fa Assosim ha presentato in Commissione finanza le sue proposte aggiuntive: «Da tempo – conclude Gugliotta – suggeriamo al Mef l’introduzione di agevolazioni fiscali a vantaggio sia degli emittenti che commissionano la ricerca e la pagano, sia di chi produce in modo indipendente quella ricerca stessa, perché siamo del parere che la ricerca finanziaria debba essere incentivata al pari di quella industriale. Quindi, abbiamo proposto che venga introdotto un credito d’imposta per le Pmi quotate con l’obbligo di avere almeno due corporate broker ma anche per gli analisti indipendenti». Attualmente sul mercato italiano l’ammissione alla negoziazione è possibile se l’emittente ha almeno una ricerca da un corporate broker su incarico (e, quindi, a spese) della stessa, regola valida nel comparto Star del mercato MTA e per quelle ammesse a negoziazione sull’Aim a partire dal 3 gennaio 2018.

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