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Mid-cap più «resistenti» alla crisi

di Vittorio Carlini

In medio stat virtus, recita l'adagio. Che, almeno nella «bollente» estate di Borsa, può estendersi anche alle società di Piazza Affari. In mezzo ai crolli agostani del paniere delle blue chip (-15,5%), zitto zitto il fratello «minore» delle medie capitalizzazioni è infatti riuscito a resistere: il Ftse mid cap ha ceduto solo il 6 per cento. Una performance migliore di quella dell'intero listino (-13%) che si replica sulla più lunga distanza. Dall'11 luglio scorso, cioè da quando si è abbattuto lo tsunami di vendite sulla piazza milanese, le aziende «medie» hanno perso il 5,65% a fronte di un Ftse Mib in calo del 15,2 per cento.

Con il che la domanda è d'obbligo: quale il carburante che ha riempito la performance di questi titoli? Una premessa, prima della risposta, è necessaria. Se si allarga l'arco temporale dell'analisi, anche le mid-cap battono un po' in testa: da inizio 2011 continuano sì a perdere (-15,04%) meno delle blue chip (-23%), ma la distanza tra i due «plotoncini» si riduce. Ciò significa che, proprio nel periodo più difficile, hanno dato dimostrazione di essere più resilienti alla crisi. Ovvero, alle vendite.

Una resistenza consenguenza di un mix di cause. In primis va ricordato che, nei momenti di panic selling, l'uscita dall'equity avviene dapprima con il future: il sell-off si focalizza sul derivato delle blue-chip. E questo, giocoforza, mette al riparo le capitalizzazioni più piccole. Ma non è solo il future. Le mid cap sono aiutate da un altro aspetto: gli istituzionali, che riducono il rischio azionario, mettono «ordine» nel portafoglio operando sui titoli maggiormente liquidi. E si dimenticano di quelli più piccoli (se ne hanno).

Questo duplice fattore, già da solo offre una parziale giustificazione del perché le medie capitalizzazioni non sono state travolte dalle vendite. E tuttavia, non mancano altre cause. Quali? Per trovarne una basta guardare al Ftse All Star. Dal primo agosto il paniere delle «stelle» ha perso il 9 per cento: meno delle blue chip ma di più delle mid-cap. Qui la differente performance ha una giustificazione piuttosto immediata: le star di Borsa, grazie ai più alti requisiti di trasparenza e liquidità, sono maggiormente presenti nei fondi esteri. Quest'ultimi, se hanno voluto vendere l'asset-Italia (al di là dei fondamentali aziendali), si sono disfatti anche delle «stelle». Le quali, seppur spesso fanno parte del Ftse mid cap, hanno così dato una maggiore spinta all'ingiù al paniere All Star.

Fin qui alcune delle motivazioni alla base del trend: quali, però, le società che hanno fatto meglio? Guardando alle performance, subito, salta fuori una sorpresa. Nella top ten ci sono cinque finanziari: la Popolare Sondrio (+6,6% in agosto), Unipol (+4,13%), Banca Carige (+3,74%), Cattolica Assicurazioni (+3,25%) e Popolare Emilia e Romagna (+3,2%).

Al di là del fatto che ogni azienda è una storia a sè, qui evidentemente ha giocato a favore il fatto di essere società a maggiore vocazione locale (rispetto ai big del credito) e di essere percepite come meno esposte sul fronte del debito sovrano di Eurolandia. Nell'attuale fase il solo detenere titoli di stato è visto, giusto o sbagliato che sia, come un atout negativo. Più particolare, invece, la motivazione alla base del rally di Coin (+ 0,3%). In questo caso, infatti, il titolo è «attirato» verso quota 6,5 euro (ieri quotava a 6,495), cioè il prezzo d'Opa offerto da Bc Partners che punta al delisting dell'azienda.

Insomma, seppur su basi differenti, le mid-cap hanno resistito all'agosto «nero». E il futuro potrebbe essere non così negativo, soprattutto per le multinazionali tascabili. De Longhi per esempio, che ha archiviato il primo semestre 2011 con l'utile in rialzo del 91,6%, ieri è balzata del 7,9% anche sull'outlook per l'intero 2011. L'unico rischio? Quello di cadere in una seconda recessione.
 

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