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Microsoft fa causa al governo americano

E’ lotta continua. Da una parte il diritto alla privacy, dall’altro le esigenze di sicurezza. Le grandi compagnie di comunicazione contro l’ingerenza di chi indaga.

L’ultima battaglia l’ha ingaggiata in tribunale la Microsoft. La società americana ha citato in giudizio il Dipartimento della Giustizia, una mossa dura per rispondere a pressioni non meno forti. In base alle norme, la ditta non può rivelare ai suoi clienti che le autorità federali hanno accesso a dati e email. Dunque una violazione – sostengono i legali – a quanto sancito dalla Costituzione statunitense. Gli avvocati si trincerano dietro due posizioni: il primo e quarto emendamento che garantiscono libertà di espressione e il diritto di essere avvertiti se lo Stato fruga nel privato. Elementi che fanno ben comprendere il livello dello scontro, diventato sempre più aspro dopo il ripetersi di attacchi terroristici.

Gruppi criminali ed affiliati a movimenti eversivi — come l’Isis — sono spesso al centro di indagini in cui i loro contatti digitali, dalla posta elettronica al traffico telefonico, rappresentano un aspetto chiave. Gli inquirenti cercano di usare le informazioni recuperate per ricostruire rapporti, relazioni, persino viaggi. E dunque gettano la rete chiedendo collaborazione piena e incondizionata da parte di chi fornisce i servizi al pubblico.

In passato ci sono state anche consultazioni con l’amministrazione per trovare un terreno comune, ma il dialogo ha portato a poco. Il braccio di ferro si è riproposto, infatti, con Twitter e Google. Diatriba finita al Congresso, che ha provato a mediare ipotizzando un meccanismo che prevede un ritardo di sei mesi nella notifica ai clienti dell’avvenuto intervento federale.

Sempre i parlamentari sono stati chiamati in causa per un altro duello, quello che ha opposto la Apple all’Fbi dopo la strage di San Bernardino. Si chiedeva un loro intervento sul rifiuto del gruppo di rendere accessibili gli iPhone dei terroristi agli investigatori. Solo che gli agenti hanno scelto una scorciatoia e sono entrati nei cellulari usando non la «porta» ma la «finestra». Con una procedura che ha sollevato polemiche il Bureau si è affidato agli hacker ingaggiati «a tariffa fissa» con il compito di scardinare il sistema del telefonino. Inizialmente si era pensato che la polizia federale avesse avuto l’aiuto di maghi dell’hi-tech israeliani, tecnici in grado di perforare la corazza dell’apparato. Una versione di comodo superata da indiscrezioni emerse in questi giorni che hanno confermato come fossero stati altri i protagonisti dell’incursione. Ma l’operazione ha dato dei risultati? Forse è presto per una risposta definitiva. Secondo una fonte citata dai media dopo un primo esame dell’iPhone non sarebbero emersi aspetti interessanti su Syed Farouk e su possibili complici.

Fino ad oggi la tesi ufficiale è che il killer abbia agito insieme alla moglie in modo autonomo, probabilmente ispirato solo a livello ideologico dalla propaganda del Califfo. Una coppia di assassini che ha portato in dote il massacro allo Stato Islamico, senza avere dei legami operativi stretti. Diverso il comportamento del commando responsabile degli attacchi in Francia-Belgio: ha usato sistemi criptati o telefonini usa e getta.

Guido Olimpio

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