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«Microcredito e non profit, spinta alla crescita sociale»

«Le elezioni sono avvenute, è un processo democratico importante. Abbiamo visto che anche in altri Paesi, come Spagna, Belgio e Germania, la crescita e lo sviluppo sono proseguiti, nonostante uno scenario politico non immediatamente delineato. Secondo noi la crescita in Italia proseguirà e il Paese sarà uno dei campioni d’Europa». Così Jean Pierre Mustier, amministratore delegato di Unicredit, sul voto di domenica. Autore del cambio di rotta, ama parlare delle cose di Piazza Gae Aulenti solo quando gli obiettivi sono raggiunti — come per i risultati 2017 — o quando i cantieri diventano veri. Succede così per il social impact banking , progetto da lui fortemente voluto, che nelle intenzioni dell’istituto vuole combinare l’attenzione al mondo delle imprese sociali, del non profit , dell’alternanza scuola lavoro, del microcredito. «Ma non perseguiamo la logica della donazione una tantum. Vogliamo utilizzare tutte le competenze della banca, del nostro mestiere, per supportare iniziative che siano sostenibili».

Un banchiere che fa beneficenza, dobbiamo fidarci…

«Qui il tema non è la beneficenza, significa coinvolgere dipendenti, clienti, personale in pensione in un progetto di valori, anche culturale. Non si tratta di raccogliere abiti usati da mandare in Africa, iniziativa certamente meritevole. Ma di sviluppare una serie di attività che consentano di mettere in moto una vera e propria leva sociale. Dare prestiti a micro-imprese, aiutarle a definire un piano economico. Sostenere in una maniera sempre più efficiente sia il non profit sia quelle imprese profit e ibride che operano per il bene comune».

Ma come funzioneranno i vostri prestiti in questo progetto?

«Si tratterà di prestiti veri e propri, e il successo delle operazioni si misurerà in base alla rotazione del capitale, al numero di progetti finanziati con il capitale impiegato e all’impatto sociale generato dai progetti stessi. Il nostro principio è questo: per fare bene, dobbiamo fare del bene. Come banca, abbiamo responsabilità speciali e vogliamo essere protagonisti di cambiamenti positivi nella società».

L’attenzione verso la responsabilità sociale da parte delle aziende quotate sta crescendo molto. Non c’è il rischio che sia solo una questione di immagine…

«No. Avremo un approccio paziente, non puntiamo al ritorno sul capitale, ma al ritorno del capitale. In modo da avere un effetto leva. E i profitti generati verranno reinvestiti in altre iniziative socialmente rilevanti. Un esempio: stiamo per definire il finanziamento di un immobile in collaborazione con la Fondazione Archè. Realizzeremo appartamenti che serviranno ad ospitare categorie svantaggiate. E’ un vero contratto di finanziamento anche se a condizioni particolari, i rimborsi sono reali : regole del credito ma con un principio sociale. La banca è coinvolta come ente finanziatore, non si tratta di un atto di donazione. Questo sarà l’approccio anche per il microcredito. Si terrà conto dei risultati sociali, come per esempio la generazione di posti di lavoro».

A chi si rivolge?

«Pensiamo alle microimprese. Insieme a prestiti fino ad un massimo di 25 mila euro, mettiamo a disposizione servizi di consulenza anche attraverso la nostra Associazione di volontari UniGens. Stiamo siglando un accordo con il Fondo europeo degli investimenti della Bei per una serie di garanzie a lungo termine. Per noi è molto importante: ci rivolgiamo a imprese che non sarebbero bancabili nel senso tradizionale e contare su un partner come la Bei rappresenta un elemento molto importante per noi. Crediamo molto nelle iniziative di educazione finanziaria. Nell’ambito dell’iniziativa “Alternanza Scuola Lavoro” del Ministero dell’Istruzione, UniCredit ha lanciato un proprio programma per aumentare la consapevolezza finanziaria e incoraggiare lo spirito imprenditoriale nelle scuole. Il progetto coinvolgerà oltre 15.000 studenti nel 2018 e mira a raggiungerne 50.000 nei prossimi tre.»

Ma l’educazione finanziaria cosa c’entra con il sociale?

«Imparare a gestire le proprie attività finanziarie è una necessità soprattutto per le fasce più fragili della popolazione. E per quello che riguarda i ragazzi, è necessario che imparino per costruire il loro futuro».

Un campo d’intervento riguarda anche l’alternanza scuola-lavoro?

«Ci crediamo molto. Finora abbiamo coinvolto 600 classi e 15 mila studenti. Aumentare il grado di consapevolezza finanziaria e avvicinare il mondo del lavoro a quello della scuola è decisivo. L’idea è questa: le competenze finanziarie vengono inserite in una serie di programmi sociali».

Una specie di dividendo per il territorio …

«Sì, un altro esempio è l’accordo con il Centro Medico Sant’Agostino. Il nostro intervento garantisce che una serie di prestazioni vengano erogate a costi più bassi riducendo i tempi di attesa. Migliori risultati in termini di impatto sociale faranno scattare migliori condizioni in termini di finanziamento. Il tutto a beneficio di una Onlus. Non si tratta di decisioni emotive e il nostro successo verrà misurato dalla capacità di ritorno del capitale e dal nostro contributo al miglioramento delle condizioni sociali complessive. Insieme alla Fondazione CR Modena, sosteniamo un’attività dove giovani affetti da autismo hanno imparato a produrre e vendere alcuni cibi».

Ma come si calcolano i “profitti” in questo campo?

«Il numero dei giovani coinvolti nei nostri progetti, gli effetti sul contesto socioeconomico in cui viviamo, sui dipendenti, sugli azionisti. Sto pensando di utilizzare anche la nostra collezione artistica. In termini di utilizzo di capitale, potremmo vendere alcune opere importanti per finanziare nuovi artisti o alcuni di questi progetti».

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