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Mezzo milione di baby pensioni

di Enrico Marro

ROMA— In Italia ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby -535.752 per la precisione, come gli abitanti di Venezia e Verona messi assieme -che costano allo Stato circa 9 miliardi e mezzo di euro all’anno. Sono questi i risultati, inediti e sorprendenti, che emergono elaborando i dati presenti nel Casellario centrale dei pensionati, aggiornati al primo gennaio 2011. Le pensioni baby sono concentrate nel pubblico impiego, dove in seguito ad alcune leggi sciagurate, in particolare il decreto 1092 del 1973 (governo di centrosinistra con Dc, Psi, Psdi e Pri, presieduto da Mariano Rumor), fu concesso alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno, mentre era già possibile per gli statali andare in pensione dopo 19 anni, sei mesi e un giorno e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni. Questo significa che se oggi ci sono giovani che a 30-35 anni non riescono ancora a trovare un lavoro, fino al 1992 (riforma Amato), c’erano giovani che a questa stessa età andavano in pensione! Ancora oggi l’Inpdap, l’ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse a lavoratori con meno di 50 anni di età: di queste oltre 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini. La spesa nel 2010 è stata di 7,4 miliardi. A queste pensioni baby pubbliche si sommano 106.950 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) che costano all’istituto presieduto da Antonio Mastrapasqua poco più di 2 miliardi l’anno. Più di tre volte il versato L’età media attuale di tutti questi baby pensionati sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d’età 35-39 anni) e 67 anni (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l’assegno come minimo, secondo le fasce di decorrenza, da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un’altra quindicina di anni. I baby pensionati Inps ricevono in media una pensione lorda di 18.934 euro a testa all’anno, quelli Inpdap di 17.322 euro. Insomma, circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni cioè per un periodo generalmente più lungo rispetto agli anni di contributi versati durante la vita lavorativa. Calcolando poi che i contributi, specialmente quelli dei decenni scorsi, stavano abbondantemente sotto un terzo della retribuzione, è come se questi pensionati ricevessero minimo minimo tre volte quanto hanno versato. Certo, si tratta di calcoli a spanne e di medie che nascondono situazioni diverse, ma di norma le baby pensioni sono state un regalo generoso, concesso in tempi di vacche grasse, il cui conto lo paga ancora chi lavora (nel sistema a ripartizione è con i contributi attuali che si erogano gli assegni a chi sta in pensione). Se si vogliono trovare situazioni ancora più emblematiche basta porre l’asticella a 45 anni. Bene, si scoprirà che le pensioni liquidate a lavoratori con meno di quest’età e che ancora paghiamo sono 240.063 e costano alle casse dello Stato ben 3,8 miliardi. I percettori andati in pensione in un’età compresa tra 40 e 44 anni, hanno oggi in media 68,4 anni e quindi stanno prendendo l’assegno da almeno 22 anni e dovrebbero riscuoterlo mediamente per altri 13 anni. In totale 35 anni di pensione. Nel regime Inpdap ci sono perfino 7.127 pensioni liquidate a persone con meno di 30 anni d’età e 9.800 a chi aveva meno di 35 anni, ma va detto che nei dati del casellario, per quanto riguarda le baby pensioni pubbliche, sono comprese anche quelle concesse per invalidità. È vero, comunque, come hanno raccontato Elisabetta Rosaspina e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, nel 1994 e nel 1997, che c’erano anche casi come quelli delle signore Ermanna Cossio e Francesca Zarcone, che erano riuscite ad andare in pensione, rispettivamente, a 29 e a 32 anni, dopo aver lavorato come bidelle, con assegni quasi pari alla retribuzione. Del resto, cominciando a lavorare a 15 anni era appunto possibile, per una donna, uscire dal lavoro dopo 14 anni e mezzo di servizio. Lombardia al primo posto Le pensioni baby sono concentrate al Nord, sia nel regime Inps (69,5%del totale) sia in quello Inpdap (60,8%). Al Sud si pagano il 16,1%delle pensioni precoci private e il 21,4%di quelle pubbliche. Al Centro, rispettivamente, il 14,4%e il 17,8%. Nella classifica delle Regioni al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa superiore a 1,7 miliardi. Al secondo posto il Veneto con 56.785, al terzo l’Emilia Romagna con 52.626 e al quarto il Piemonte con 48.414. Detto che l’importo medio delle baby pensioni si aggira appunto sui 1.500 euro al mese, la casistica è comunque la più ampia. Nel regime Inpdap vi sono perfino 1.417 pensionati che hanno lasciato il lavoro con meno di 40 anni d’età che prendono degli assegni superiori a 2mila euro al mese. Baby pensioni d’oro Tra i pensionati giovani dell’Inpdap c’è anche Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, che, come scrive Mario Giordano nel suo ultimo libro (Sanguisughe, Mondadori), è andato in pensione come magistrato all’età di 44 anni (oggi ne ha 60) e incassa un assegno da 2.644 euro lordi al mese. Altro caso eccellente, sempre riportato nel bel volume di Giordano, quello di Manuela Marrone, moglie del leader della Lega Umberto Bossi, che, dopo aver fatto l’insegnante, è andata in pensione a 39 anni e prende 766 euro al mese. Ben più pesanti gli assegni sborsati dall’Inps per i banchieri Rainer Masera (in pensione a 44 anni) e Pier Domenico Gallo (a 45 anni), che portano a casa sui 18 mila euro al mese e per l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli (in pensione a 48 anni), che prende 15 mila euro al mese. Tutto questo avviene in nome dei cosiddetti diritti acquisiti. In nome dei quali, in passato, anche ipotesi di modesti contributi di solidarietà sono state bocciate. Ma è difficile spiegarlo ai giovani che, dopo le ultime riforme, dovranno lavorare fino a quasi 70 anni e avranno una pensione che, quando va bene, sarà pari al 60%della retribuzione.

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