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Mezza vittoria per Theresa May la strada per Brexit è in salita

È entrata nell’arena dei parlamentari Tory, il ” Comitato 1922″, e ha detto Good morning, Buongiorno, anche se erano le 5 di pomeriggio, seminando ilarità. Ha poi sorpreso tutti annunciando che non si ricandiderà per un altro mandato, anche « se il mio cuore dice il contrario, ma è andata così » . Un paio di sottosegretari si sarebbero messi a piangere, come un mese fa nella drammatica maratona del Consiglio dei ministri sul suo accordo Brexit. Alla fine Theresa May ce l’ha fatta: 200 voti per lei, 117 per i congiurati che ieri sera l’hanno costretta alla conta. Ennesima umiliazione per la premier britannica e un risultato ambiguo: un altro Mayday è passato, il caos è stato rinviato. «Ora restiamo uniti e completiamo la Brexit: cambieremo l’accordo con l’Ue», ha detto May ieri sera a caldo. Ma 117 voti contro sono una marea, soprattutto in ottica Brexit.
Il voto di sfiducia di ieri nel frantumato partito conservatore da un lato rafforza May ( la sua leadership di partito non potrà essere messa in discussione per un anno), dall’altro indebolisce il suo destino politico. Il suo contestatissimo accordo con la Ue sulla Brexit ha ancora un’opposizione insuperabile, forse superiore a 117 “no”: diversi conservatori che hanno votato per la sua permanenza ieri hanno ribadito che la sua ” inaccettabile” Brexit va modificata. «L’atmosfera in sala non era felice. Non cambierà nulla dopo la sua vittoria di ieri », dice a Repubblica uno dei Tory brexiter più agguerriti, « quell’accordo in Parlamento non passerà».
Difatti, l’offerta finale di May di lasciare la politica dopo il 2022 non basterà. Fonti del ministero della Brexit parlano di voto sull’accordo rinviato a gennaio, e non prima di Natale, per avere qualche giorno in più. Oggi la premier va a Bruxelles per chiedere a tutti i 27 membri Ue di aiutarla poiché da sola non ce la farà mai. Avrà solo dieci minuti per convincere tutti. Dal Belgio hanno ribadito che di quelle 500 pagine non si cambierà niente. L’unica concessione sarà probabilmente un allegato di una pagina in cui ci sarà scritto che il backstop, cioè il regime speciale per l’Ir-landa del Nord ancora nel mercato unico Ue e la Gran Bretagna nell’unione doganale fino a quando non si troverà una soluzione a lungo termine, sarà utilizzato solo in ultima istanza. Ma da nessuna parte ci sarà scritto che sarà temporaneo o rescindibile unilateralmente, come pretendono i ribelli di May e gli unionisti nordirlandesi.
Per questo i pasdaran conservatori come Boris Johnson, il vetusto Jacob Rees- Moog e il rampante ex ministro della Brexit Dominic Raab, ieri bollati come “estremisti” dal Cancelliere dello Scacchiere Hammond, non sono stati spazzati via politicamente. May barcolla e potrebbero rientrare in corsa se crollasse sulla Brexit. Ma certo quella di ieri è stata una bella botta per i ribelli: avevano un solo colpo e l’hanno sprecato. Jeremy Corbyn invece lo tiene ancora in canna: le altre opposizioni lo stanno pressando per innescare un voto di sfiducia anche in Parlamento, ma il leader laburista temporeggia. Vuole che May capitomboli sulla Brexit prima di sferrare l’attacco finale e trascinare il Paese alle elezioni. In quel caso, potrebbero unirsi anche i ribelli Tory per consumare la vendetta contro l’odiata leader.
Tuttavia, anche se la sua popolarità resta ai minimi, la premier non molla. Ieri mattina, dopo esser stata informata del voto di sfiducia, ha rilanciato: « Darò tutta me stessa in questa battaglia», rievocando il I shall fight on, I fight to win di Thatcher nel 1990, quando anche lei venne sottoposta a sfiducia durante un tour europeo. Poco dopo, durante il Question Time alla Camera dei Comuni, ha ribadito: « Se salta la mia leadership la Brexit può essere rinviata o annullata. Potrebbe andare al potere Corbyn, che è peggio dell’uscita dall’Ue » . Ma fino a quando resisterà May? C’è una maledizione che serpeggia da decenni nel partito conservatore: tutti i loro ultimi leader sono stati irrimediabilmente bruciati dalle faide interne sui rapporti con l’Europa. Thatcher, Major, Cameron: per tutti ( nell’ordine Comunità europea, Maastricht, referendum Brexit) la loro fine politica è iniziata anche ( o solo) a causa dell’Europa, nonostante altri voti di sfiducia vinti. Il destino politico di May, nonostante il sollievo di ieri sera, pare lo stesso. Ma lei, cristiana praticante e figlia di un pastore anglicano, forse crede ancora nei miracoli.

Antonello Guerrera

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