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Metroweb, Telecom è fuori: Cdp ora punta su Vodafone

Poche righe per scrivere la parola fine all’ennesimo tentativo di mettere d’accordo Telecom e Cdp su Metroweb. Sono arrivate martedì da Maurizio Tamagnini, l’ad del Fondo strategico della Cassa, secondo azionista di Metroweb con il 46,2% dietro a F2i che ha la restante quota del 53,8%, sulla mail dell’amministratore delegato di Telecom, Marco Patuano. In sostanza, la mail annunciava che Cdp e Fsi non erano in grado di procedere con le discussioni sul progetto della rete in fibra ottica alle condizioni prospettate nella bozza di un memorandum of understanding preparato dall’incumbent. Messaggio criptico, apparentemente definitivo, ma mai dire mai. Per capire su quali questioni si è consumata la rottura, occorre fare un passo indietro alla penultima puntata, quando le trattative erano riprese sulla base della proposta avanzata da Tamagnini di concedere all’incumbent il 60% di Metroweb Sviluppo (lasciando fuori cioè Milano, dove la rete in fibra è già stata completata), con però la sterlizzazione temporanea dei diritti di voto sul 20%, in modo da essere, almeno all’inizio, in posizione paritaria rispetto ai due fondi infrastrutturali che avrebbero avuto il restante 40% come Metroweb holding. Il management di Telecom, ottenuto l’ok del board a proseguire i contatti su nuove basi, ha quindi messo nero su bianco una proposta di intesa, dove precisava le sue posizioni. 

Nella bozza d’intesa Telecom proponeva di coprire con la formula Ftth/b – Fiber to the home o to the building e cioè fibra ottica fino all’abitazione del cliente/edificio – 200-250 comuni italiani entro il 2020, con un avanzamento della copertura subordinato al ritorno economico degli investimenti, sulla base di un ritorno medio comparabile con quello di analoghi progetti infrastrutturali. Telecom ritagliava per sé il compito di gestire il business industriale – e infatti l’ad di Metroweb Sviluppo sarebbe stato indicato da Telecom – lasciando a Metroweb holding, partecipata da F2i e Fsi – il ruolo di garante nei confronti degli operatori alternativi che – nello schema ipotizzato – non avrebbero avuto alcun ruolo azionario (il no ai “condomini” era stata una pregiudiziale della prim’ora da parte dell’incumbent), ma sarebbero stati gli utilizzatori all’ingrosso della rete in fibra, infrastruttura “passiva”. In particolare a F2i e Fsi sarebbe toccata la responsabilità di garantire il pieno rispetto delle condizioni di “equivalence of input”, sostanzialmente il quadro di regole (migliorato) di cui volontariamente Telecom si è dotata per Open Access, per garantire cioè l’accesso paritetico alla rete fissa da parte degli operatori alternativi. I due fondi avrebbero avuto anche il diritto di veto, tramite un meccanismo di maggioranze qualificate per le delibere, su eventuali modifiche al piano di investimenti inizialmente concordato. Fin qui, più o meno, tutto bene, anche se le dichiarazioni del vertice di Cdp parlavano di 500 città da coprire, un obiettivo un po’ distante da quello posto da Telecom nella bozza del memorandum of understanding. Anche perchè, considerato che la 200-esima città italiana conta 22mila abitanti, la 300-esima 15mila, la 400-esima 11mila e la 500-sima 8mila, è arduo a oggi ipotizzare ritorni economici certi. Da parte sua F2i non avrebbe avuto obiezioni.
Ma il punto su cui si è consumata la rottura con Cdp era l’obiettivo Telecom di raggiungere il controllo totalitario (il 100%) della società proprietaria della nuova infrastruttura nell’arco di cinque anni, al completamento cioè degli investimenti concordati. Nel frattempo, a determinati step di avanzamento dei lavori, anche i diritti di voto sul 20% sterilizzato sarebbero stati ripristinati, portando Telecom al controllo del 60% del capitale votante. Quel che è strano è che la distanza rispetto alla controparte, disposta a concedere fino all’80%, non era poi così abissale. In quest’ultima fase, comunque, dal tavolo era uscita l’ipotesi (perlomeno non era stata espressamente declinata) di concedere l’opzione a Cdp di liquidare la propria posizione in Metroweb, volendo, anche prendendo in cambio azioni Telecom, anzichè contanti. Obiettivo: arrivare tra il 10% e il 20% del capitale dell’incumbent, scenario che il vertice Telecom non aveva ritenuto potesse essere oggetto di trattative nell’ambito del dossier Metroweb. Con la conseguenza, così, di lasciare campo libero ai francesi di Vivendi, prossimi – come ricordato in assemblea venerdì dal presidente Vincent Bollorè – a diventare «azionisti di riferimento di Telecom Italia». Un dato di fatto, visto che Vivendi con l’8,3% che rileverà dagli spagnoli di Telefonica dopo lo scioglimento di Telco, sarà di gran lunga il primo singolo azionista dell’incumbent tricolore.
Ora quindi le trattative per Metroweb andranno avanti con Vodafone, che ha presentato una manifestazione d’interesse (non vincolante), con l’obiettivo di finalizzare un piano d’investimenti entro fine maggio. Al tavolo potrebbe aggiungersi anche Wind, in passato interessata a trovare un modo per valorizzare la rete fissa di Infostrada. Quanto a Telecom, andrà avanti per la sua strada: già a fine marzo si è prenotata a investire in 40 città già raggiunte dall’Fttc (fiber to the cabinet, fibra fino all’armadietto sul marciapiede) per completare la rete di nuova generazione fino all’abitazione/edificio. Mentre ancora si attende un chiarimento da Bruxelles su cosa si intenda per “aiuti di Stato”.
All’indomani dell’inoltro della mail di Tamagnini a Patuano, il presidente di Cdp Franco Bassanini ha provato a rilanciare l’ipotesi di “condominio” tra diversi operatori con Telecom al 51%. «So che questa ipotesi non è probabile, perchè non incontra il favore del cda di Telecom – ha detto a margine di un convegno – Ma se cambieranno idea, è un’ipotesi sempre aperta». Dovesse aprirsi uno spiraglio per riavviare i negoziati, per l’ennesima volta, ripartire daccapo, col braccio di ferro sul condominio, non sembra effettivamente molto realistico.

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