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Metà del mondo con rating «spazzatura»

Mezzo mondo con rating “spazzatura”. Mentre la crisi non concede tregua le pagelle aggiornate delle “sorelle” Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch mostrano una raffica di insufficienze, più o meno gravi. Ben 68 Paesi hanno incassato un livello “junk” da parte di almeno un’agenzia di rating, 48 da almeno due e in 24 fanno l’en plein mettendo d’accordo tutte e tre. Agli esami di dicembre in 21 hanno superato le colonne d’Ercole perdendo la denominazione di investment grade. Per 33 va ancora peggio, tanto che sono in terapia intensiva a livello “non investment grade inferiore” e sotto monitoraggio costante. Per quattro Paesi – Grecia, Argentina, Belize e Pakistan – la malattia è grave e in fase quasi terminale. Restringendo il focus su ciascuna agenzia su 118 rating sovrani sotto la lente di Moody’s 46 sono classificati come “junk”. Sui 127 valutati da S&P in 57 hanno un giudizio insufficiente, per Fitch in 39 su 101 presenti sul registro di Fitch. Lontani anni luce dalla Germania, tra i pochi a resistere nell’Olimpo della tripla A. Mentre l’Italia vanta ancora A- da parte di Fitch, ma per S&P è BBB+ e per Moody’s è Baa2, penultimo livello prima del “junk”.
Alla conta finale dei rating “spazzatura” è un testa a testa tra Africa e America Centrale e Latina, ma a soffrire di più è ancora una volta la “vecchia Europa”, vittima della crisi dell’euro che sta contagiando i Paesi vicini dell’Est. «Un dato preoccupante – spiega Marco Lossani, ordinario di economia dei Paesi emergenti all’università Cattolica – perché gli Stati europei sono quelli che hanno visto il merito di credito maggiormente deteriorato negli ultimi anni». La pecora nera a livello mondiale è la Grecia, alla prese con il piano di salvataggio internazionale. Per Moody’s e S&P Atene è appena un gradino sopra la bancarotta conclamata e nonostante il nuovo accordo raggiunto in sede europea il suo debito viene ritenuto insostenibile. Del club, ma con un giudizio meno negativo, fa parte anche la vicina Cipro, che a ottobre ha chiesto aiuto ai partner Ue per evitare la bancarotta, incassando una bocciatura da parte delle tre agenzie. Il Portogallo, in cura dal 2011, ha inanellato una serie di riduzioni del rating negli ultimi due anni ed è entrato nella lista nera, anche se per il momento l’insufficienza non è grave. La più pessimista è Moody’s che valuta Lisbona Ba3 con outlook negativo. «Il rating – ha sottolineato l’agenzia nell’ultimo rapporto sul paese – potrebbe essere ulteriormente ridotto se non proseguirà del debito nei prossimi tre anni o se il governo non riuscirà a mettere a segno le riforme strutturali annunciate». In risalita è invece l’Irlanda, che sta cominciando a intravedere la luce in fondo al tunnel: è già tornata a livello investment grade per S&P e Fitch e per Moody’s è nel gradino più alto del territorio “junk” (Ba1). Nella lista dei sorvegliati compare anche l’Ungheria che mette d’accordo tutte e tre. Fitch, ad esempio, punta il dito sulle «politiche non ortodosse che minano la fiducia degli investitori» e sull’alto livello di debito estero. Del gruppo, secondo S&P, fa parte anche la Romania, che ha un sistema bancario per oltre l’80% in mano estera. A un passo dal fossato è la Spagna: per Moody’s e S&P è all’ultimo gradino prima della retrocessione in zona “spazzatura”.
Devono poi accontentarsi di un giudizio sotto la sufficienza quasi tutti i Paesi dell’America centrale e latina ad eccezione degli emergenti sulla cresta dell’onda Brasile, Cile e Colombia. Qui Argentina e Belize raggiungono i gradini più bassi della scala di rating. «Il giudizio su questi Paesi – spiega Lossani – sconta anche la loro performance del passato caratterizzata da una propensione al default, tanto che vengono definiti serial defaulter. Basti pensare che negli ultimi 150 anni l’Argentina ha ristrutturato il proprio debito 4 volte e il Venezuela per ben 9 volte». Per Fitch, che a fine novembre ha tagliato il rating di Buenos Aires di ben cinque punti, il Paese è al livello “CC” con «un’alta probabilità che non riesca a ripagare il suo debito». Lo spettro del 2001 rischia di materializzarsi ancora.
In Africa sono tra i peggiori della classe i Paesi in via di sviluppo, ma anche quelli travolti dalla primavera araba, come Egitto e Tunisia. «Il continente – dice Lossani – non cresce e resta isolato dal mondo. Ma sui giudizi, oltre alle motivazioni economiche, pesano le incertezze politiche e il lungo cammino ancora da compiere». L’anello debole è l’Africa subsahariana. In Asia a parte Giappone e Cina e le Tigri (Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong) hanno l’insufficienza in pagella tutti gli altri Paesi. Tra questi spiccano anche due membri del club dei Civets, gli emergenti del futuro: Indonesia e Vietnam. «La prima – conclude Lossani – paga un forte squilibrio nei conti con l’estero, la seconda è una Cina in piccolo, con il Partito al comando, ma anche un sistema bancario fragile».

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